storia
Passeggia
attraverso il tempo.
A Contursi la storia non si guarda da dietro una teca, si calpesta, si tocca, si respira. Un borgo millenario dove le pietre parlano e ogni vicolo è vivo.

Ex aquis surgo
Nell’antica Roma, il Fauno era venerato come il protettore benevolo delle campagne, dei boschi e delle greggi, una divinità legata alla terra la cui musica accompagnava i viandanti.
È proprio per onorare questo legame ancestrale con la natura che questa figura mitologica è diventata il cuore dell’araldica di Contursi Terme.
Nello stemma cittadino, infatti, il Fauno si erge fiero accanto a un prospero ulivo e a un inequivocabile zampillo d’acqua azzurra, stringendo la sua fistula (flauto) d’argento. Un’immagine potente che, unita al motto EX AQUIS SURGO (Dalle acque sorgo), sintetizza perfettamente l’anima di Contursi, un territorio in cui l’abbondanza agricola e la forza rigenerante delle sorgenti termali si intrecciano in modo indissolubile fin dalle origini.
La Sirena Bicaudata
Passeggiando per il centro storico di Contursi Terme, è possibile imbattersi in una presenza sorprendente e carica di mistero: sul portale in pietra di un antico palazzo nobiliare del XVI secolo sopravvive la scultura di una Sirena Bicaudata, o Melusina. Questa creatura, che si distingue per la doppia coda e per un dettaglio particolarissimo – una coroncina con una croce al collo – rappresenta un patrimonio simbolico di immenso valore.
Lontana dall’essere il mostro ammaliatore e letale descritto da Omero, la sirena a due code (spesso sovrapponibile alla leggenda di Melusina) affonda le sue radici nelle antiche divinità della Madre Terra. Era considerata una figura protettiva, un simbolo rassicurante e di fertilità che per oltre quattro secoli ha accompagnato e confortato i pellegrini e i mercanti in viaggio. Dal punto di vista filosofico e psicologico, il mito di Melusina assume una valenza ancora più profonda. Come ricordato dall’alchimista Paracelso e dallo psicoanalista Carl G. Jung, essa rappresenta l’anima stessa, il principio femminile e lunare legato all’acqua (“Aquaster”). Melusina è un’entità benefica e soccorrevole che emerge nei momenti di smarrimento o di “crollo di valori”, portando con sé fecondità, civiltà e saggezza interiore.

La storia di Contursi Terme
L’origine della città di Contursi è incerta e contrastata; mancano, a tutt’oggi, studi approfonditi che consentano di avvalorare alcuna delle ipotesi avanzate sulla fondazione della città e sulle vicende che ne hanno determinato il primo sviluppo. Alcuni studiosi individuano le origini di Contursi Terme alla fine del IV secolo a. C. nel nucleo originario di Saginara.
Questa sarebbe stata distrutta dai Goti di Alarico intorno al 395‐400 d.C. e i superstiti avrebbero fondato quattro nuovi centri nelle vicinanze del fiume Sele: Contursi, Palomonte, Campagna e Puglietta. I resti materiali ritrovati nel sito di Saginara ‐ frammenti di vasellame, di un pavimento in mosaico e di lastre tombali ‐ e l’origine latina del toponimo (da sagina pianta erbacea annua della famiglia delle graminacee e da saginarium che indica il pascolo di animali allevati, in particolare maiali) fanno supporre peraltro l’esistenza di una villa antica di età romana con annessa porcilaia o area per l’allevamento dei maiali.
Nel corso dei secoli è probabile che questo nucleo urbano abbia acquisito importanza per la vicinanza con Paestum, con il conseguente trasferimento in questi luoghi di famiglie appartenenti alla nobiltà romana. L’ipotesi di una villa romana nella località è stata supposta anche dall’archeologo Amedeo Maiuri, sia per la presenza dei resti di un circuito murario, sia per la posizione strategica del sito.
Il sito era comunque già abbondantemente conosciuto ed abitato anche in epoca pre‐romana, come dimostrano i diversi ritrovamenti archeologici risalenti al neolitico e diffusi sull’ampio territorio. Se ne citano solo alcuni: la grotta dello Zachito a Caggiano; S. Mauro e S. Antonio a Buccino; Tomba in località Vetrali‐Cappellazzo a Contursi. Ulteriori ritrovamenti archeologici nelle aree limitrofe (in particolare quelli dell’antica Volcei, nei pressi di Buccino) consentono di supporre l’esistenza di una rete di piccoli insediamenti connessi del territorio fluviale del Sele.
Secondo alcuni Contursi sarebbe la Ursentum, o Urseium di origine lucana e osco‐sabellica, risalente cioè al VI sec. a.C.; secondo altri essa sarebbe stata fondata in epoca molto più tarda dai fuggiaschi di Saginara, antica città osco‐ sabellica distrutta dai Goti nel V sec., e che doveva trovarsi in prossimità dell’attuale Contursi (alcuni ritrovamenti ne farebbero individuare la localizzazione in zona “Fosso di Palazzo” e “Palazzo Vecchio”).
Il villaggio fondato da questi fuggiaschi alla sommità del colle avrebbe assunto il nome di Contursi solo quattro secoli dopo, quando Orso, Conte di Conza, vi edificò il Castello richiamato nei documenti dell’epoca come “Castrum Comitis Ursi”. L’importanza strategica del castello, che consentiva di controllare l’accesso all’intera valle del Sele, dovette favorire, in particolare dopo la seconda metà del secolo IX, quando l’intera Lucania venne flagellata da frequenti incursioni saracene, l’ulteriore sviluppo dell’antico villaggio che doveva estendersi a Sud e a Est del fortilizio, tra questo e l’invalicabile salto di quota naturale che ancor oggi delimita in queste direzioni il centro abitato.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, si sviluppò un vero e proprio centro urbano, che fu incluso nel principato di Salerno. Nel 1287, quando il principato venne diviso in due parti, fu annesso a quello Citeriore. Il centro subì una devastazione nel 1348, ad opera di Luigi d’Angiò Durazzo. Fu ricostruita e, un secolo dopo, divenne feudo della famiglia Sanseverino, principe di Salerno; proprio in questo periodo fu di nuovo distrutto, questa volta da Ludovico d’Ungheria, venuto in Italia per punire la Regina Giovanna. Tra i vari Signori che dominarono su Contursi ricordiamo, oltre la famiglia Sanseverino, i Pepe, i Gesualdo e i Parisano da Tolentino Marchesi di Caggiano che lo dominarono fino al XVIII secolo.
Il terremoto dell’Irpinia Basilicata del 1980 causò danni rilevanti: in tutto il territorio comunale le unità edilizie danneggiate più o meno gravemente furono 840; nella chiesa del Bambino, già fatiscente, furono rilevati notevoli dissesti delle murature, ma nel complesso l’edificio non subì danni gravi. Nella chiesa di S. Maria del Carmine furono riscontrati lesioni e distacchi, soprattutto negli angoli della parete d’accesso, e caduta di grossi pezzi di intonaco. Fu danneggiata anche la chiesa di S. Maria degli Angeli.
Fonte: Ministero dei Beni Culturali
Cronologia feudale e sviluppo urbano
Epoca Longobarda (... - 1077)
Epoca Normanna (1125 - 1191)
Epoca Sveva (1192 - 1264)
Epoca Angioina (1265 - 1442)
Epoca Aragonese (1443 - 1503)
Vicereame Spagnolo (1503 - 1734)
Epoca Borbonica (1735 - 1830)
| Anno / Periodo | Feudatari e Avvenimenti Storici | Sviluppo Urbano e Popolazione |
| Fino al 1020 | Contursi è inserita nel gastaldato di Conza. | Primi insediamenti stabili attorno al castrum. |
| 1020 | Concessa in feudo a Umfredo, conte di Campagna, dal suocero Guaimario (principe di Salerno). | - |
| 1059 | Passa al figlio Riccardo che, tradendo la sua gente, si unisce ai Normanni. | - |
| Anno / Periodo | Feudatari e Avvenimenti Storici | Sviluppo Urbano e Popolazione |
| XII Secolo | Costruzione del Castello in pietra nello stesso luogo del castrum. | Chiusura del paese con robuste e alte mura di cinta. |
| 1075 - 1090 | Feudo di Giordano II e successivamente di Geroldo di Contursi (1090). | - |
| 1138 - 1141 | Passa a Roberto di Principato (1138) e poi a Nicola di Principato (1141). | - |
| 1144 - 1166 | Spartito tra Lampo di Fasanella, Arnaldo de Contursio, Riccardo Maledetto e Riccardo (figlio di Guglielmo). | - |
| Anno / Periodo | Feudatari e Avvenimenti Storici | Sviluppo Urbano e Popolazione |
| 1227 - 1263 | Governo di Ugo di Contursi (1227), Filippo di Contursi (1263) e Galvano Lancia. | Sviluppo urbano verso ovest (zona della Chiesa Madre). |
| 1266 - 1269 | Feudo diviso tra Enrico di Taurasia, Jacopo e Pandolfo di Contursi, e Andrea Lagotheta. | - |
| 1271 | Primo censimento fiscale documentato. | Il paese viene tassato per 22 "fuochi" (circa 100 abitanti). |
| Anno / Periodo | Feudatari e Avvenimenti Storici | Sviluppo Urbano e Popolazione |
| 1241 - 1400 | Lungo dominio della famiglia Sanseverino. | Inizio sviluppo urbano per borgo S. Michele, Portello, Piazza, sotto S. Barbara. |
| 1410 - 1421 | Passaggio alla famiglia Origlia (1410) e poi al governatore Predicasso Barile (1421). | Sviluppo per borgo S. Antonio, S. Sofia, S. Giovanni, Crocevia. |
| 1426 | Ritorno ai Sanseverino (principi di Bisignano). | Sviluppo borgo San Leo. Si contano 136 fuochi (circa 600 abitanti). |
| Anno / Periodo | Feudatari e Avvenimenti Storici | Sviluppo Urbano e Popolazione |
| 1458 | Passaggio alla famiglia Gesualdo (principi di Venosa e conti di Conza). | Consolidamento del borgo storico rinascimentale. |
| Anno / Periodo | Feudatari e Avvenimenti Storici | Sviluppo Urbano e Popolazione |
| 1528 (ca.) | Famiglia Caracciolo (duchi di Martina). L'Imperatore Carlo V passa per Contursi e ne nobilita i cittadini: "nobilitamus omnes cives Contursinos". | Sviluppo del borgo Carmine. |
| 1601 - 1637 | Il feudo passa a Nicolò Ludovisi, principe di Venosa. | Nel 1601 i fuochi sono 400 (circa 2000 abitanti). |
| 1656 - 1669 | G. Battista Ludovisi, principe di Venosa. | Dopo la drammatica peste del 1656-57, i fuochi si riducono a 165 (circa 700 abitanti). |
| 1674 | Acquisizione da parte della famiglia Parisano (marchesi di Caggiano e Contursi). | - |
| Anno / Periodo | Feudatari e Avvenimenti Storici | Sviluppo Urbano e Popolazione |
| 1227 - 1263 | Governo di Ugo di Contursi (1227), Filippo di Contursi (1263) e Galvano Lancia. | Sviluppo urbano verso ovest (zona della Chiesa Madre). |
| 1266 - 1269 | Feudo diviso tra Enrico di Taurasia, Jacopo e Pandolfo di Contursi, e Andrea Lagotheta. | - |
| 1271 | Primo censimento fiscale documentato. | Il paese viene tassato per 22 "fuochi" (circa 100 abitanti). |
Dall'ottocento alla seconda guerra mondiale
Con l’abolizione della feudalità e la riorganizzazione statale, Contursi mantenne un ruolo amministrativo centrale.
L’Ottocento
Dal 1811 al 1860, sotto il Regno delle Due Sicilie, fu capoluogo dell’omonimo circondario nel Distretto di Campagna. Durante il Regno d’Italia (1860 – 1927), mantenne il titolo di capoluogo di mandamento.
Il Novecento e la Guerra
Negli anni più bui del secondo conflitto mondiale (1940 – 1943), le autorità fasciste destinarono Contursi ad accogliere in internamento civile un gruppo di profughi ebrei. La loro liberazione avvenne nel settembre del 1943, con l’arrivo dell’esercito alleato in Campania.
Percorsi storici
Passeggiare per Contursi Terme è come sfogliare le pagine di un libro antico. Segui i nostri percorsi per immergerti nell’atmosfera dell’antica cittadella .
Dalle mura di cinta che un tempo difendevano il borgo, fino agli eleganti palazzi storici che raccontano secoli di nobiltà e tradizioni. Un itinerario a passo lento per scoprire l’anima più autentica del nostro territorio.

Le Chiese
Le nostre chiese sono spazi sospesi nel tempo, il rifugio perfetto dove fermarsi, guardare in alto e ritrovare il centro. Ogni navata e ogni altare sono la prova fisica, viva e tangibile di una comunità che nei secoli non è mai andata al tappeto.
Santa Maria degli Angeli
Chiesa Santissimo Nome di Gesù
Chiesa Madonna del Carmine
Santuario Santa Maria delle Grazie
Chiesa San Vito

Piazza Don Bernardino Curti
“Tanto ab antico che non v’è memoria d’uomo da quanto sia cominciato”, sostiene l’arciprete Rossi, nel 1727, riferendosi alla sua fondazione. Nel 1200 è citata dall’arcivescovo di Conza.
Custodisce una preziosa statua rappresentante una Madonna con Bambino, scolpita a Venezia nel 1515, una fonte battesimale in marmo bianco, con impresso lo stemma dell’Università, risalente ai primi anni del Cinquecento, e un altare in fini marmi, consacrato il 18 maggio 1735, opera del maestro napoletano Giuseppe Trogoli. Dal 1950 qui riposano le spoglie del Beato Mariano Arciero, nativo di Contursi.

Via Centrale
Già chiesa di San Giovanni Evangelista, fu edificata su due più antiche strutture ecclesiastiche, i cui livelli sono ancora distinguibili esternamente. Dal 1642 è sede dell’Arciconfraternita SS. Nome di Gesù, ancora oggi attiva e operante.
Sull’altare maggiore è collocata l’antica e veneratissima statuetta del Santissimo Bambino, cui i contursani riservano una speciale devozione. Al di sopra dell’ingresso, sulla cantoria, vi è un pregevole organo risalente al 1730. In un vano interrato sono conservati un’antica colonna e un altare che richiamano devozioni pagane.

In via Carmine
Era in origine una cappella fuori le mura dedicata a San Donato e a San Rocco. Sul sito sorse, probabilmente nel 1561, il Monastero dei Padri Carmelitani, e la cappella fu ampliata assumendo, con la costruzione dell’abside nel 1610, l’attuale conformazione.
Qui sono conservati una preziosa tela di Jacopo De Antora del 1608, raffigurante la Vergine tra i Santi Elia ed Onofrio, e due tombe monumentali della nobile famiglia Parisano. La cupola è decorata da un affresco del Giudizio Universale, opera di Innocenzo Gentile e Carmine De Matina, la navata da affreschi attribuiti a Giacomo Colombo, rappresentanti le dodici Sibille.

In via Madonna delle Grazie
Non è nota l’epoca della sua prima fondazione, ma fu ingrandita dopo il 1656, in ringraziamento alla Madonna per la protezione esercitata sul paese durante il periodo della pestilenza. Nella seconda metà dell’Ottocento fu ulteriormente ampliata e decorata.
Al suo interno conserva la sacra immagine della Madonna delle Grazie, protettrice del paese, e le statue di Santa Filomena Martire e Sant’Irene di Tessalonica.

In piazza San Vito
Consacrata nel 1714, come da iscrizione sul portale, la sua prima fondazione è antichissima e non nota. Dopo un abbandono, avvenuto nella seconda metà dell’Ottocento, fu riaperta al culto a cura del suo cappellano, Don Gaetano Marolda.
Al suo interno vi è la statua di San Vito Martire, santo molto caro agli abitanti della Valle del Sele, che si festeggia il 15 giugno. In questo giorno, la piccola chiesa è meta di numerosi pellegrini che compiono l’antico rito della turniata.
La scultura rupestre della grotta del Rosario raccontata da Damiano Pipino
Dall'ispezione effettuata alle numerose grotte che si trovano lungo i valloni dei torrenti Capo lazzo, Vonghia, Capoani e Castellane è stato constatato che quasi tutte presentano all'interno nicchie e segni di allargamento o adattamento praticati dall'Uomo in epoca assai remota.
In fondo ad una grotta in fase di avanzata senescenza, sita lungo il vallone Capoani, località S. Pietro di Contursi Terme (F.M., n. 31, particella 4, di proprietà Di Leo Alfonso), si notano scolpite tre nicchie alte più di un metro, larghe 60 cm., profonde 20 cm. e distanti tra loro 40 cm., che danno l'idea di un trittico. Può essere significativo il ricorrere del numero tre, come la grotta a tre celle di Sperlonga, forse legato a tre divinità connesse triadicamente.
La maggior parte di queste grotte, in particolare quella di "Terremoto", nel vallone Vonghia di Contursi, sottostante il piano Vetrali, presentano la volta e le pareti impregnate da nerofumo, particolare questo che denuncia l'esistenza di antichi focolari. Da questi particolari si ipotizza la presenza in loco d'una popolazione di antichi e pacifici agricoltori, la cui vita era legata a fattori climatico-ambientali che favorivano l'agricoltura e l'allevamento del bestiame. Ma c'è anche qualcosa che, senza alcun dubbio, appartiene al mondo spirituale di quelle genti da noi scoperta, il 21 luglio 1992, presso la grotta del "Rosario" alla località Isca Perrigno di Contursi, lungo la strada vicinale del Cappellazzo (F.M., n.33, particella 36, proprietà comunale).
La grotta, esposta a mezzogiorno, è prospiciente il fiume Tanagra dal quale dista appena 200 metri. Come le altre presenta all'interno delle nicchie e segni di scalpellamento. All'esterno vi sono altri segni prodotti con corpi contundenti ed al lato destro di chi guarda, a m.2,25 dall'ingresso, è scolpito nella parete calcarea un volto umano dalle seguenti dimensioni: larghezza massima m.1,60; altezza totale del viso m.0,95; altezza della faccia m.0,70; larghezza bizigomatica m.1,50; larghezza bipalpebrale interna cm.18; occhiaia: larghezza cm 23, altezza cm.25, profondità cm.21; lunghezza del naso cm.30 più cm.10 del setto. La bocca, sebbene sembra di misura adeguata, non è stata misurata in quanto piena di terriccio. Dal piano campagna, allineato a quello dell'ingresso della grotta, la scultura si trova alta 60 cm.
Quasi certamente ci troviamo ci fronte ad una scultura rupestre di significato apotropaico che, secondo la credenza delle popolazioni neolitiche del Materano, della Puglia e della Sicilia, serviva ad allontanare dal posto l'influenza magica maligna. Questa concezione dei Neolitici scaturiva forse dalla loro indole buona: essi erano contrari ad ogni forma di violenza e convinti che una vita fatta di lotte non assicurava il raccolto. E in questo modo di pensare nasceva il timore per le avversità, sia che venissero dall'Uomo sia che venissero dalle forze malefiche del mondo occulto. Quindi facevano ricorso ad uno spirito tutelare, legato al loro gruppo da una parentela d'essenza, cercandolo nell'antenato mitico, il cui volto lo stilizzavano sulla roccia ed in esso si concentrava il potenziale del gruppo stesso. E' in questo senso di dipendenza del gruppo dallo spirito tutelare che quest'ultimo rivelava una dimensione religiosa, pur non essendo un dio.
Di questi volti umani stilizzati sulla roccia in prossimità di insediamenti neolitici, sino ad oggi, ne sono stati scoperti altri due: il primo sul crinale roccioso della sponda sinistra del Basento, all'altezza di Albano di Lucania (Pz), ad opera del Prof Francesco Rinaldi, il quale, in precedenza, aveva rinvenuto sul posto alcuni manufatti in selce d'età neolitica; il secondo alla confluenza dei due colli Metagrande e Metapiccola a sud di Carlentini (Sr), dov'era un antico insediamento detto Xoutia dai Siculi, ad opera del Dott. Gaetano Failla. La credenza in questo spirito tutelare da parte degli antichi neolitici fu tale che ad un certo punto, lo stilizzarono sui vasi funerari per proteggersi dagli influssi maligni anche nell'aldilà. I primi di questi vasi, trovati a Murgia Timone di Matera, sono ad impasto grossolano brunastro, appartenenti alla ceramica impressa del primo aspetto (Rellini 1934), mentre quelli trovati a Monteverde di Terlizzi (Bernabò Brea, 1962), nella grotta Sant'Angelo di Ostuni (Rellini, 1935), nella grotta delle Veneri di Parabita e nel villaggio di capanne scavato a 2 km. da Francavilla Fontana (BR), sulla strada per Ceglie Messapico, sono ad impasto chiaro più depurato e ben lisciato a stecca, attribuibili alla ceramica del secondo aspetto (Acanfora, 1952). Vasi identici sono presenti nella cultura di Stentinello, con la quale la Sicilia entrò nel mondo degli agricoltori. La cultura di Stentinello è attestata in tutta la parte sud-occidentale dell'isola e cioè nel villaggio omonimo nei pressi di Megara Iblea, nella grotta Corruggi, nel villaggio di Sant'Ippolito ed in quello di Montescala a Trefontane, a Poggio Rosso, a Fontana Pepe (Cafici, 1920), a Masseria Calaforno, a Naxos, ad Albacaenum, in una grotta presso Capo di Taormina, nel riparo di Sperlinga, al Castellaro Vecchio di Lipari, nella grotta Geraci di Termini Imerese ed a Paceco presso Trapani (Bernabò Brea, 1958).
Sulla base di tutti questi elementi riteniamo di trovarci di fronte ad una vera e propria cultura dell'apotropaismo, di matrice orientale, bene affermata nell'Italia centro-meridionale. E che, pertanto, gli autori delle anzidette sculture rupestri siano da ricercare fra le prime popolazioni neolitiche giunte fra la metà del VI e la metà del V millennio a.e. Inoltre, questa cultura, peraltro non del tutto estinta, è persistita fino ai tempi storici ed in particolare fra i Punici, come dimostrano le numerosissime maschere funerarie in terracotta, pure di significato apotropaico, trovate nella necropoli di Mozia, isoletta nel mare prospiciente Marsala, oggi denominata isola di San Pantaleo.
Fonte: Damiano Pipino, Contursi Eneolitica

La scultura rupestre della grotta del Rosario raccontata da Damiano Pipino
Dall’ispezione effettuata alle numerose grotte che si trovano lungo i valloni dei torrenti Capo lazzo, Vonghia, Capoani e Castellane è stato constatato che quasi tutte presentano all’interno nicchie e segni di allargamento o adattamento praticati dall’Uomo in epoca assai remota.
In fondo ad una grotta in fase di avanzata senescenza, sita lungo il vallone Capoani, località S. Pietro di Contursi Terme (F.M., n. 31, particella 4, di proprietà Di Leo Alfonso), si notano scolpite tre nicchie alte più di un metro, larghe 60 cm., profonde 20 cm. e distanti tra loro 40 cm., che danno l’idea di un trittico. Può essere significativo il ricorrere del numero tre, come la grotta a tre celle di Sperlonga, forse legato a tre divinità connesse triadicamente.
La maggior parte di queste grotte, in particolare quella di “Terremoto”, nel vallone Vonghia di Contursi, sottostante il piano Vetrali, presentano la volta e le pareti impregnate da nerofumo, particolare questo che denuncia l’esistenza di antichi focolari. Da questi particolari si ipotizza la presenza in loco d’una popolazione di antichi e pacifici agricoltori, la cui vita era legata a fattori climatico-ambientali che favorivano l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Ma c’è anche qualcosa che, senza alcun dubbio, appartiene al mondo spirituale di quelle genti da noi scoperta, il 21 luglio 1992, presso la grotta del “Rosario” alla località Isca Perrigno di Contursi, lungo la strada vicinale del Cappellazzo (F.M., n.33, particella 36, proprietà comunale).
La grotta, esposta a mezzogiorno, è prospiciente il fiume Tanagra dal quale dista appena 200 metri. Come le altre presenta all’interno delle nicchie e segni di scalpellamento. All’esterno vi sono altri segni prodotti con corpi contundenti ed al lato destro di chi guarda, a m.2,25 dall’ingresso, è scolpito nella parete calcarea un volto umano dalle seguenti dimensioni: larghezza massima m.1,60; altezza totale del viso m.0,95; altezza della faccia m.0,70; larghezza bizigomatica m.1,50; larghezza bipalpebrale interna cm.18; occhiaia: larghezza cm 23, altezza cm.25, profondità cm.21; lunghezza del naso cm.30 più cm.10 del setto. La bocca, sebbene sembra di misura adeguata, non è stata misurata in quanto piena di terriccio. Dal piano campagna, allineato a quello dell’ingresso della grotta, la scultura si trova alta 60 cm.
Quasi certamente ci troviamo ci fronte ad una scultura rupestre di significato apotropaico che, secondo la credenza delle popolazioni neolitiche del Materano, della Puglia e della Sicilia, serviva ad allontanare dal posto l’influenza magica maligna. Questa concezione dei Neolitici scaturiva forse dalla loro indole buona: essi erano contrari ad ogni forma di violenza e convinti che una vita fatta di lotte non assicurava il raccolto. E in questo modo di pensare nasceva il timore per le avversità, sia che venissero dall’Uomo sia che venissero dalle forze malefiche del mondo occulto. Quindi facevano ricorso ad uno spirito tutelare, legato al loro gruppo da una parentela d’essenza, cercandolo nell’antenato mitico, il cui volto lo stilizzavano sulla roccia ed in esso si concentrava il potenziale del gruppo stesso. E’ in questo senso di dipendenza del gruppo dallo spirito tutelare che quest’ultimo rivelava una dimensione religiosa, pur non essendo un dio.
Di questi volti umani stilizzati sulla roccia in prossimità di insediamenti neolitici, sino ad oggi, ne sono stati scoperti altri due: il primo sul crinale roccioso della sponda sinistra del Basento, all’altezza di Albano di Lucania (Pz), ad opera del Prof Francesco Rinaldi, il quale, in precedenza, aveva rinvenuto sul posto alcuni manufatti in selce d’età neolitica; il secondo alla confluenza dei due colli Metagrande e Metapiccola a sud di Carlentini (Sr), dov’era un antico insediamento detto Xoutia dai Siculi, ad opera del Dott. Gaetano Failla. La credenza in questo spirito tutelare da parte degli antichi neolitici fu tale che ad un certo punto, lo stilizzarono sui vasi funerari per proteggersi dagli influssi maligni anche nell’aldilà. I primi di questi vasi, trovati a Murgia Timone di Matera, sono ad impasto grossolano brunastro, appartenenti alla ceramica impressa del primo aspetto (Rellini 1934), mentre quelli trovati a Monteverde di Terlizzi (Bernabò Brea, 1962), nella grotta Sant’Angelo di Ostuni (Rellini, 1935), nella grotta delle Veneri di Parabita e nel villaggio di capanne scavato a 2 km. da Francavilla Fontana (BR), sulla strada per Ceglie Messapico, sono ad impasto chiaro più depurato e ben lisciato a stecca, attribuibili alla ceramica del secondo aspetto (Acanfora, 1952). Vasi identici sono presenti nella cultura di Stentinello, con la quale la Sicilia entrò nel mondo degli agricoltori. La cultura di Stentinello è attestata in tutta la parte sud-occidentale dell’isola e cioè nel villaggio omonimo nei pressi di Megara Iblea, nella grotta Corruggi, nel villaggio di Sant’Ippolito ed in quello di Montescala a Trefontane, a Poggio Rosso, a Fontana Pepe (Cafici, 1920), a Masseria Calaforno, a Naxos, ad Albacaenum, in una grotta presso Capo di Taormina, nel riparo di Sperlinga, al Castellaro Vecchio di Lipari, nella grotta Geraci di Termini Imerese ed a Paceco presso Trapani (Bernabò Brea, 1958).
Sulla base di tutti questi elementi riteniamo di trovarci di fronte ad una vera e propria cultura dell’apotropaismo, di matrice orientale, bene affermata nell’Italia centro-meridionale. E che, pertanto, gli autori delle anzidette sculture rupestri siano da ricercare fra le prime popolazioni neolitiche giunte fra la metà del VI e la metà del V millennio a.e. Inoltre, questa cultura, peraltro non del tutto estinta, è persistita fino ai tempi storici ed in particolare fra i Punici, come dimostrano le numerosissime maschere funerarie in terracotta, pure di significato apotropaico, trovate nella necropoli di Mozia, isoletta nel mare prospiciente Marsala, oggi denominata isola di San Pantaleo.
Fonte: Damiano Pipino, Contursi Eneolitica

San Leo raccontata da Franco Pignata e Gerardo Forlenza
Comprende l'estremo sviluppo urbano del paese verso sud. Il borgo, oggi disabitato e in rovina, è una eccezionale testimonianza della vita contadina e dell'urbanistica popolare del XVI secolo nonostante il degrado in cui versa.
Per questo è auspicabile un pronto intervento conservativo per salvare questa straordinaria testimonianza storica.
Il borgo prese il nome da una chiesetta, dedicata a S. Leone (o S. Leo), che forse sorgeva a ridosso della sua principale porta d'ingresso che era posta all'inizio dell'abitato e al termine delle mura di cinta. Mi è stato possibile individuare questo probabile sito grazie alla memoria d'alcuni anziani che ricordavano come proprio in quel luogo fosse presente una già cadente edicola, dedicata al Santo, erettavi per onorare l'antica ubicazione della chiesa.
Della presenza di questa chiesa si ha notizia nel 1528 (Cronista Conzana / platea Gesualdo) ma già non era elencata in documento del 1658 (Cronista Conzana) annotante "chiese, sacerdoti e chierici di Contursi".
Chiesa S. Giovanni Evangelista (Chiesa del Bambino) Antiche Mura "il costone" tra Borgo S. Antonio e Borgo S. Leo
Fonte: Franco Pignata, Il sentiero dei passi perduti, 2007, p. 38
Gerardo Forlenza, Borgo San Leo: un recupero possibile, in F. Pignata, Il sentiero dei passi perduti, p. 65

San Leo raccontata da Franco Pignata e Gerardo Forlenza
Comprende l’estremo sviluppo urbano del paese verso sud. Il borgo, oggi disabitato e in rovina, è una eccezionale testimonianza della vita contadina e dell’urbanistica popolare del XVI secolo nonostante il degrado in cui versa.
Per questo è auspicabile un pronto intervento conservativo per salvare questa straordinaria testimonianza storica.
Il borgo prese il nome da una chiesetta, dedicata a S. Leone (o S. Leo), che forse sorgeva a ridosso della sua principale porta d’ingresso che era posta all’inizio dell’abitato e al termine delle mura di cinta. Mi è stato possibile individuare questo probabile sito grazie alla memoria d’alcuni anziani che ricordavano come proprio in quel luogo fosse presente una già cadente edicola, dedicata al Santo, erettavi per onorare l’antica ubicazione della chiesa.
Della presenza di questa chiesa si ha notizia nel 1528 (Cronista Conzana / platea Gesualdo) ma già non era elencata in documento del 1658 (Cronista Conzana) annotante “chiese, sacerdoti e chierici di Contursi”.
Chiesa S. Giovanni Evangelista (Chiesa del Bambino) Antiche Mura “il costone” tra Borgo S. Antonio e Borgo S. Leo
Fonte: Franco Pignata, Il sentiero dei passi perduti, 2007, p. 38
Gerardo Forlenza, Borgo San Leo: un recupero possibile, in F. Pignata, Il sentiero dei passi perduti, p. 65

La villa rustica di Saginara raccontata da Elena Russo
Le scoperte archeologiche
Le prime esplorazioni archeologiche risalgono agli anni Venti del secolo scorso. Guidate da M. Della Corte, con il prezioso supporto sul campo dell’erudito locale A. Filomarino, le ricerche presero il via in seguito ad alcuni affioramenti in superficie di materiali archeologici.
Architettura e spazi della villa
Il complesso copre un’area totale stimata di circa 1500 mq, con un orientamento Nord/Ovest – Sud/Est. Dalle indagini storiche e da una recente rilettura delle immagini satellitari emerge una struttura articolata.
L’Atrio Centrale
È ben riconoscibile una struttura a più ambienti che gravitano attorno a un atrio centrale.
L’Area Termale
In uno degli ambienti è stato individuato il fondo di una vasca in cocciopesto (2 x 6 metri) collegata a una fogna di scarico coperta con tegole a doppio spiovente, tutti elementi che suggeriscono una chiara destinazione termale.
Le Decorazioni
I resoconti dell’epoca descrivono eleganti apparati decorativi, con pavimentazioni a mosaico in tessere bianche e nere o in tessere policrome con motivi di tipo marino.
Il Belvedere
Alla residenza era associato un loggiato quadrangolare (5 metri per lato) rivestito in pregiato travertino bianco, con funzione di belvedere affacciato direttamente sulla vallata sottostante.
Le Fondazioni
A causa dell’irregolarità del suolo roccioso, la villa era stata dotata in fondazione di possenti sostruzioni.
La vocazione produttiva
La Villa di Saginara non era soltanto una dimora residenziale, ma un vero e proprio insediamento a carattere produttivo.
Il Toponimo
Il nome stesso “Saginara” deriva dal termine latino saginarium (luogo dove si ingrassano gli animali), evocando una vocazione agricola e produttiva del territorio.
L’Artigianato
Sia Filomarino che Della Corte segnalarono l’abbondante presenza di laterizi e scarti di lavorazione, segno inequivocabile di fiorenti attività artigianali e produttive in loco.
I Bolli Laterizi
Tra i materiali di scavo recuperati, molti mattoni recavano il bollo “M. FLAVI”. Questo elemento potrebbe identificare il nome di un liberto deputato alla gestione dell’officina, oppure indicare rapporti commerciali sorti dopo la deduzione della colonia Flavia di Paestum nel I secolo d.C..
La Cava
La vicinanza strategica con un’area di cava intercettata a circa 1 km a Nord conferma l’ottima posizione dell’insediamento, ideale sia per l’estrazione delle materie prime che per il commercio.
Inquadramento storico e territoriale
Tipologia
Villa rustica.
Cronologia
I – II secolo d.C..
Posizione
Il sito domina la valle fluviale da una posizione leggermente sopraelevata, situato su una terrazza del fiume Sele a circa 1,5 km a Nord dello stesso.
Dati tecnici e riferimenti
Coordinate
Coord X 1693680.98; Coord Y 4958423.06.
Stato di conservazione
Attualmente non verificabile.
Tutela
L’area è stata sottoposta a vincolo paesaggistico e archeologico con D.M. 12/04/2000.
Fonte: Elena Russo, Per una Carta Archeologica della Valle del Sele (Tesi di Dottorato in Scienze Storiche e Archeologiche, XXXVI Ciclo)

Contursi Terme, località Saginara, vista sul versante sud della Valle.

Contursi Terme, località Saginara e Valle della Cava: in giallo l’area della villa romana, in rosso, su base DTM LIDAR, l’area identificata come antica cava di argilla (elaborazione GIS).

Contursi Terme, località Saginara, restituzione grafica delle strutture archeologiche (elaborazione GIS).

Contursi Terme, località Saginara, fotogramma 29 del 1943 (stralcio); in giallo l’area dello scavo Della Corte.

Contursi Terme, località Saginara, immagine satellitare 2018 (da Google Earth), cropmarks.

Contursi Terme, località Saginara, bollo su laterizio rilevato da A. Filomarino (da
FILOMARINO 1923, p. 126).
Contursi, "Terra di santi sacerdoti"
Venerabile Sac. Don Mariano Arciero
Nacque il 26 Febbraio 1706 a Contursi. Da ragazzo andò a Napoli con il giovane Emmanuele Parisi che si trasferì per studiare. In seguito divenne Sacerdote e coltivò in Mariano la vocazione a diventare anche lui Sacerdote. Don Emmanuele Parisi fu un degnissimo Sacerdote. Il biografo del Ven. Arciere, D. Vincenzo Scotti, scrisse che D. Parisi morì in concetto di santità. Voluto dal nuovo Vescovo di Cassano (Cosenza) il canonico di Napoli D. Gennaro Fortunato, questi affidò a D. Mariano tutta la Diocesi che girò per venti anni, compiendo tanto bene come missionario da essere chiamato "Apostolo della Calabria". Morto il Vescovo, D. Mariano, all'età di 44 anni, passò per Contursi per salutare la vecchia madre Autilia (il padre Mattia era morto). Voleva restare a Contursi e sarebbe stata una vera grazia se questo si fosse avverato ma il suo biografo usa qui una frase del Vangelo: "nemo propheta in patria". Tornò a Napoli dove la sua vita santa provocò tanta ammirazione che era richiesto per i bisogni spirituali del clero e del popolo di tutta la Città. Morì il 16 Febbraio 1788. Come aveva desiderato fu sepolto sotto l'immagine di Maria Assunta in Cielo. A Contursi si parlava di D. Mariano Arciero ma se ne parlava solamente da alcuni che avevano notizie di lui. Fino a quando, raccolsi queste voci e le esposi al vescovo di Campagna, Mons. Giuseppe Maria Palatucci. Questi si adoperò molto e il 15 Ottobre 1950, presenti in Parrocchia i Missionari Passionisti che avevo chiamato in occasione di tale avvenimento per una Missione, D. Mariano tornò nella sua Patria, accolto trionfalmente quasi a riparare quello che era avvenuto a Contursi più di un secolo e mezzo prima. Il ritorno a Contursi di D. Mariano Arciero fu un vero gesto provvidenziale: appena le sue Ossa toccarono la sua terra, manifestò subito il suo gradimento con un evento straordinario. La signorina Siani Conetta aveva una pancia enorme (l'acqua alla pancia come si dice volgarmente). Applicò una immagine del Ven. Arciero sulla pancia la quale si sgonfiò completamente. In seguito venne da Roma una Commissione apposita e studiò il fatto che fu riconosciuto come evento straordinario. La sua tomba fu adornata dei marmi che ornavano l'Altare dell'Addolorata, che era posto in Chiesa Parrocchiale, nella navata centrale prima della ricostruzione della Chiesa stessa. E la tomba fu sistemata nel cappellone del Rosario. Poi, in seguito al terremoto del Novembre 1980, la stessa tomba fu collocata nella Chiesetta di S. Donato, in attesa di una definitiva sistemazione quando la Chiesa Parrocchiale sarà ricostruita per la seconda volta.
A Contursi spunta il "vero" sole
In un Paese della valle del fiume Sele, quando la semplicità e la povertà della gente era regola di vita, nella famiglia di Mattia Arciero, contadino, e Autilia Marmura, lavandaia, nasceva Mariano il 26/02/1706. Tra gli altri figli, uno entrò tra i Padri Domenicani. Mariano nacque con un presagio particolare, perché mamma Autilia diceva, nella gravidanza, alla Madonna, che "le avesse concepito un figliuolo simile a quel bambino ch'ella portò nelle braccia". Aveva insegnato a Mariano a proferire le prime parole di Gesù e di Maria. Non mancava di rimproverarlo quando il ragazzo, a causa della sua particolare vivacità, dava in escandescenze. Aveva appena sette anni quando suo fratello maggiore lo condusse in campagna a pascolare il gregge. Spesso si ritirava in un luogo appartato in campagna a cantare le Litanie della Madonna. Un giorno fu tentato da alcuni compagni contro la purezza, che per lui era conquista personale, ma restò innocente, e tale si conserverà per tutta la sua vita. Aveva otto anni, quando la famiglia Parisi lo scelse tra tanti ragazzi del Paese a servizio. In quella stessa famiglia c'era un giovane di nome Emmanuele che voleva farsi Sacerdote, e ammaestrava il ragazzo nel Catechismo e negli atti di pietà. Emmanuele, volendo andare a Napoli per gli studi, chiese ed ottenne di condurre con sé Mariano. La madre consentì di far partire il figliuolo dicendo: "se mio figlio si deve fare Santo, sono contenta di non vederlo più". A Napoli Mariano seguiva sempre il suo maestro, ormai diventato Sacerdote, a sentire le prediche nella Gongrega della Conferenza fondata da P. Pavoni. Don Emmanuele Parisi, intanto, notava il modo con cui Mariano rispondeva alle sue premure e lo avviò al Sacerdozio. Aveva 18 anni e si mise subito a studiare con grande impegno specie la Teologia che approfondì con la collaborazione del suo benefattore, dando preferenza alla Summa Theologica di S. Tommaso d'Aquino, soprattutto per la futura predicazione. Mariano, ogni anno che passava, diventava sempre più maturo per diventare Sacerdote. Ricevuto gli Ordini Minori dal Vescovo di Capri, ricevette il Suddiaconato dal Vescovo di Ischia, e il Diaconato dall'Arcivescovo titolare di Sardica. Finalmente il 22 Dicembre del 1731, dallo stesso Vescovo di Capri, fu ordinato Sacerdote. Ne fu grato al Signore e al suo benefattore Don Emmanuele Parisi, che dal pulpito ringraziò pubblicamente. S'impose un metodo di vita a cui sarà sempre fedele. Messa: mezz'ora circa e ringraziamento ancora mezz'ora - tavola con lezione spirituale - riposo - meditazione mezz'ora - visita al SS. Sacramento - studio - Rosario e lettura spirituale e poi, prima di andare a letto, esame di coscienza. Vestiva semplicemente e portava capelli cortissimi per dimostrare distacco assoluto dal mondo. Intanto, nel Gennaio del 1734 moriva, in concetto di santità il suo maestro Don Emmanuele Parisi. D. Mariano, che si cibava presso di lui, restò privo del sostegno. Era chiamato la "Biblioteca di Dio", tanta era la conoscenza della Sacra Scrittura. Cominciò ad insegnare il Catechismo dovunque: ospedali, case, rifugi, arsenali. Intanto veniva eletto Vescovo di Cassano, il canonico della Cattedrale di Napoli, D. Gennaro Fortunato, il quale venuto a conoscenza dell'ignoranza e della corruzione della gente della sua nuova Diocesi, pensò di condurre con sé, in Calabria, D. Mariano Arciero, essendo noti, a Napoli, il suo zelo e la sua abnegazione.
Fonte: Mons. Salvatore Siani, Breve vita del Venerabile Sac. D. Mariano Arciero

Contursi, "Terra di santi sacerdoti"
Venerabile Sac. Don Mariano Arciero
Nacque il 26 Febbraio 1706 a Contursi. Da ragazzo andò a Napoli con il giovane Emmanuele Parisi che si trasferì per studiare. In seguito divenne Sacerdote e coltivò in Mariano la vocazione a diventare anche lui Sacerdote. Don Emmanuele Parisi fu un degnissimo Sacerdote. Il biografo del Ven. Arciere, D. Vincenzo Scotti, scrisse che D. Parisi morì in concetto di santità. Voluto dal nuovo Vescovo di Cassano (Cosenza) il canonico di Napoli D. Gennaro Fortunato, questi affidò a D. Mariano tutta la Diocesi che girò per venti anni, compiendo tanto bene come missionario da essere chiamato “Apostolo della Calabria”. Morto il Vescovo, D. Mariano, all’età di 44 anni, passò per Contursi per salutare la vecchia madre Autilia (il padre Mattia era morto). Voleva restare a Contursi e sarebbe stata una vera grazia se questo si fosse avverato ma il suo biografo usa qui una frase del Vangelo: “nemo propheta in patria”. Tornò a Napoli dove la sua vita santa provocò tanta ammirazione che era richiesto per i bisogni spirituali del clero e del popolo di tutta la Città. Morì il 16 Febbraio 1788. Come aveva desiderato fu sepolto sotto l’immagine di Maria Assunta in Cielo. A Contursi si parlava di D. Mariano Arciero ma se ne parlava solamente da alcuni che avevano notizie di lui. Fino a quando, raccolsi queste voci e le esposi al vescovo di Campagna, Mons. Giuseppe Maria Palatucci. Questi si adoperò molto e il 15 Ottobre 1950, presenti in Parrocchia i Missionari Passionisti che avevo chiamato in occasione di tale avvenimento per una Missione, D. Mariano tornò nella sua Patria, accolto trionfalmente quasi a riparare quello che era avvenuto a Contursi più di un secolo e mezzo prima. Il ritorno a Contursi di D. Mariano Arciero fu un vero gesto provvidenziale: appena le sue Ossa toccarono la sua terra, manifestò subito il suo gradimento con un evento straordinario. La signorina Siani Conetta aveva una pancia enorme (l’acqua alla pancia come si dice volgarmente). Applicò una immagine del Ven. Arciero sulla pancia la quale si sgonfiò completamente. In seguito venne da Roma una Commissione apposita e studiò il fatto che fu riconosciuto come evento straordinario. La sua tomba fu adornata dei marmi che ornavano l’Altare dell’Addolorata, che era posto in Chiesa Parrocchiale, nella navata centrale prima della ricostruzione della Chiesa stessa. E la tomba fu sistemata nel cappellone del Rosario. Poi, in seguito al terremoto del Novembre 1980, la stessa tomba fu collocata nella Chiesetta di S. Donato, in attesa di una definitiva sistemazione quando la Chiesa Parrocchiale sarà ricostruita per la seconda volta.
A Contursi spunta il “vero” sole
In un Paese della valle del fiume Sele, quando la semplicità e la povertà della gente era regola di vita, nella famiglia di Mattia Arciero, contadino, e Autilia Marmura, lavandaia, nasceva Mariano il 26/02/1706. Tra gli altri figli, uno entrò tra i Padri Domenicani. Mariano nacque con un presagio particolare, perché mamma Autilia diceva, nella gravidanza, alla Madonna, che “le avesse concepito un figliuolo simile a quel bambino ch’ella portò nelle braccia”. Aveva insegnato a Mariano a proferire le prime parole di Gesù e di Maria. Non mancava di rimproverarlo quando il ragazzo, a causa della sua particolare vivacità, dava in escandescenze. Aveva appena sette anni quando suo fratello maggiore lo condusse in campagna a pascolare il gregge. Spesso si ritirava in un luogo appartato in campagna a cantare le Litanie della Madonna. Un giorno fu tentato da alcuni compagni contro la purezza, che per lui era conquista personale, ma restò innocente, e tale si conserverà per tutta la sua vita. Aveva otto anni, quando la famiglia Parisi lo scelse tra tanti ragazzi del Paese a servizio. In quella stessa famiglia c’era un giovane di nome Emmanuele che voleva farsi Sacerdote, e ammaestrava il ragazzo nel Catechismo e negli atti di pietà. Emmanuele, volendo andare a Napoli per gli studi, chiese ed ottenne di condurre con sé Mariano. La madre consentì di far partire il figliuolo dicendo: “se mio figlio si deve fare Santo, sono contenta di non vederlo più”. A Napoli Mariano seguiva sempre il suo maestro, ormai diventato Sacerdote, a sentire le prediche nella Gongrega della Conferenza fondata da P. Pavoni. Don Emmanuele Parisi, intanto, notava il modo con cui Mariano rispondeva alle sue premure e lo avviò al Sacerdozio. Aveva 18 anni e si mise subito a studiare con grande impegno specie la Teologia che approfondì con la collaborazione del suo benefattore, dando preferenza alla Summa Theologica di S. Tommaso d’Aquino, soprattutto per la futura predicazione. Mariano, ogni anno che passava, diventava sempre più maturo per diventare Sacerdote. Ricevuto gli Ordini Minori dal Vescovo di Capri, ricevette il Suddiaconato dal Vescovo di Ischia, e il Diaconato dall’Arcivescovo titolare di Sardica. Finalmente il 22 Dicembre del 1731, dallo stesso Vescovo di Capri, fu ordinato Sacerdote. Ne fu grato al Signore e al suo benefattore Don Emmanuele Parisi, che dal pulpito ringraziò pubblicamente. S’impose un metodo di vita a cui sarà sempre fedele. Messa: mezz’ora circa e ringraziamento ancora mezz’ora – tavola con lezione spirituale – riposo – meditazione mezz’ora – visita al SS. Sacramento – studio – Rosario e lettura spirituale e poi, prima di andare a letto, esame di coscienza. Vestiva semplicemente e portava capelli cortissimi per dimostrare distacco assoluto dal mondo. Intanto, nel Gennaio del 1734 moriva, in concetto di santità il suo maestro Don Emmanuele Parisi. D. Mariano, che si cibava presso di lui, restò privo del sostegno. Era chiamato la “Biblioteca di Dio”, tanta era la conoscenza della Sacra Scrittura. Cominciò ad insegnare il Catechismo dovunque: ospedali, case, rifugi, arsenali. Intanto veniva eletto Vescovo di Cassano, il canonico della Cattedrale di Napoli, D. Gennaro Fortunato, il quale venuto a conoscenza dell’ignoranza e della corruzione della gente della sua nuova Diocesi, pensò di condurre con sé, in Calabria, D. Mariano Arciero, essendo noti, a Napoli, il suo zelo e la sua abnegazione.
Fonte: Mons. Salvatore Siani, Breve vita del Venerabile Sac. D. Mariano Arciero

"Il servo di Dio
Padre Onofrio Paradiso" raccontato da Mons. Salvatore Siani
P. Onofrio Paradiso nacque a Contursi il 31 Ottobre 1702. In quei tempi il paese non offriva possibilità di studi per i pochi ragazzi che, volendo prendere una strada diversa da quella che offriva il piccolo centro, cioè l'agricoltura e la pastorizia, dovevano recarsi a Napoli.
Onofrio partito per Napoli, entrò nell'Ordine di S. Ignazio: la Compagnia di Gesù. Qui studiò con grande impegno tanto da essere nominato Preside delle relative Accademie. Fu ordinato Sacerdote nel 1735. Subito si diede all'apostolato a Napoli fino a quando i superiori lo mandarono a Lecce, dove il suo zelo apostolico non conobbe limiti.
Predicava per le strade e per le piazze: teatro della sua evangelizzazione fu, ben presto, tutta la Puglia. Diede vita a opere in favore della gioventù e dei poveri. Era tanto l'entusiasmo degli ascoltatori che arrivavano a strappargli le vesti per conservarle come reliquie. Si impose una vita austera con lunghe veglie e con aspre penitenze. Lo chiamavano il "padre santo" il nuovo "Realino" per ricordare S. Bernardino Realino. Altare e Confessionale furono i centri irradiatori della sua santità. Fu anche favorito di doni particolari dallo Spirito Santo. Predisse la soppressione e il ripristino della Compagnia di Gesù. La sua vita terrena si chiudeva con l'espressione del Profeta: "giacché, o Signore, così ti é piaciuto, eccomi, io vengo". Era il 14 Aprile 1761. Come avvenne la conoscenza di P. Onofrio Paradiso? Nei primi anni del mio Sacerdozio, il primo obbiettivo che volli raggiungere fu quello di avere, accanto a me, ragazzi, spiritualmente formati e preparati. Fra l'altro mi preoccupai di mettere, nelle loro mani, libretti di vite di santi giovani perché leggessero sforzandosi di imitarli.
Mi recavo spesso a Salerno presso la libreria delle Suore di S. Paolo per scegliere questi libretti. Mi capitò tra le mani un libretto che aprii e vidi, con mia meraviglia, scritto "Contursi". Era la scoperta di P. Onofrio Paradiso. Da quel momento le cose si ampliarono. Fino a quando, con i dovuti permessi dei gesuiti di Napoli e di Lecce, del mio Vescovo Mons. Nuzzi e per mezzo di un bagnante di Lecce, con cui parlai davanti alla Cappellina di S. Antonio ai Bagni Forlenza, mi recai per due volte a Lecce per prendere le ossa poste in una cassetta di zinco; davanti l'Altare della Cappella del Collegio "Argento" dei Gesuiti, che era in vendita alla provincia. Fu celebrata una Messa solenne, presente il Superiore dei Gesuiti di Napoli. La tomba di marmo bianca fu sistemata nella navata laterale della Chiesa Parrocchiale e poi trasferita nella Chiesa di S. Donato, in attesa della definitiva sistemazione dopo la ricostruzione della Chiesa parrocchiale per il terremoto del Novembre 1980. Notiamo alcune coincidenze tra D. Mariano Arciero e P. Onofrio Paradiso: due Santi Sacerdoti del '700.
Il primo ha vissuto a Napoli e poi passò in Calabria: "Apostolo della Calabria". Il secondo ugualmente ha vissuto a Napoli e poi a Lecce dove é divenuto "Apostolo della Puglia". Il Ven. D. Mariano Arciere e P. Onofrio Paradiso D. Mariano nacque a Contursi il 26 Febbraio 1706. P. Onofrio nacque a Contursi il 31 Ottobre 1702. D. Mariano morì a Napoli il 16 Febbraio 1788. P. Onofrio morì a Lecce il 14 Aprile 1761. Si conobbero?
Fonte: Mons. Salvatore Siani, Breve vita del Venerabile Sac. D. Mariano Arciero

"Il servo di Dio
Padre Onofrio Paradiso" raccontato da Mons. Salvatore Siani
P. Onofrio Paradiso nacque a Contursi il 31 Ottobre 1702. In quei tempi il paese non offriva possibilità di studi per i pochi ragazzi che, volendo prendere una strada diversa da quella che offriva il piccolo centro, cioè l’agricoltura e la pastorizia, dovevano recarsi a Napoli.
Onofrio partito per Napoli, entrò nell’Ordine di S. Ignazio: la Compagnia di Gesù. Qui studiò con grande impegno tanto da essere nominato Preside delle relative Accademie. Fu ordinato Sacerdote nel 1735. Subito si diede all’apostolato a Napoli fino a quando i superiori lo mandarono a Lecce, dove il suo zelo apostolico non conobbe limiti.
Predicava per le strade e per le piazze: teatro della sua evangelizzazione fu, ben presto, tutta la Puglia. Diede vita a opere in favore della gioventù e dei poveri. Era tanto l’entusiasmo degli ascoltatori che arrivavano a strappargli le vesti per conservarle come reliquie. Si impose una vita austera con lunghe veglie e con aspre penitenze. Lo chiamavano il “padre santo” il nuovo “Realino” per ricordare S. Bernardino Realino. Altare e Confessionale furono i centri irradiatori della sua santità. Fu anche favorito di doni particolari dallo Spirito Santo. Predisse la soppressione e il ripristino della Compagnia di Gesù. La sua vita terrena si chiudeva con l’espressione del Profeta: “giacché, o Signore, così ti é piaciuto, eccomi, io vengo”. Era il 14 Aprile 1761. Come avvenne la conoscenza di P. Onofrio Paradiso? Nei primi anni del mio Sacerdozio, il primo obbiettivo che volli raggiungere fu quello di avere, accanto a me, ragazzi, spiritualmente formati e preparati. Fra l’altro mi preoccupai di mettere, nelle loro mani, libretti di vite di santi giovani perché leggessero sforzandosi di imitarli.
Mi recavo spesso a Salerno presso la libreria delle Suore di S. Paolo per scegliere questi libretti. Mi capitò tra le mani un libretto che aprii e vidi, con mia meraviglia, scritto “Contursi”. Era la scoperta di P. Onofrio Paradiso. Da quel momento le cose si ampliarono. Fino a quando, con i dovuti permessi dei gesuiti di Napoli e di Lecce, del mio Vescovo Mons. Nuzzi e per mezzo di un bagnante di Lecce, con cui parlai davanti alla Cappellina di S. Antonio ai Bagni Forlenza, mi recai per due volte a Lecce per prendere le ossa poste in una cassetta di zinco; davanti l’Altare della Cappella del Collegio “Argento” dei Gesuiti, che era in vendita alla provincia. Fu celebrata una Messa solenne, presente il Superiore dei Gesuiti di Napoli. La tomba di marmo bianca fu sistemata nella navata laterale della Chiesa Parrocchiale e poi trasferita nella Chiesa di S. Donato, in attesa della definitiva sistemazione dopo la ricostruzione della Chiesa parrocchiale per il terremoto del Novembre 1980. Notiamo alcune coincidenze tra D. Mariano Arciero e P. Onofrio Paradiso: due Santi Sacerdoti del ‘700.
Il primo ha vissuto a Napoli e poi passò in Calabria: “Apostolo della Calabria”. Il secondo ugualmente ha vissuto a Napoli e poi a Lecce dove é divenuto “Apostolo della Puglia”. Il Ven. D. Mariano Arciere e P. Onofrio Paradiso D. Mariano nacque a Contursi il 26 Febbraio 1706. P. Onofrio nacque a Contursi il 31 Ottobre 1702. D. Mariano morì a Napoli il 16 Febbraio 1788. P. Onofrio morì a Lecce il 14 Aprile 1761. Si conobbero?
Fonte: Mons. Salvatore Siani, Breve vita del Venerabile Sac. D. Mariano Arciero



































