ricette
La cucina tradizionale contursana
In un’epoca di pasti frettolosi in cui i ritmi frenetici sembrano allontanarci dal calore della famiglia, abbiamo deciso di fare un tuffo nel nostro passato per riscoprire i sapori più veri di Contursi Terme. Questa sezione non è un semplice elenco di dosi e ingredienti, ma un vero e proprio viaggio nell’antica saggezza delle nostre nonne. Qui celebriamo la nobiltà della cucina “povera” e i segreti di una tradizione fatta di lentezza e genuinità: scoprirete che i fagioli non si limitano a bollire, ma cuociono dolcemente “a la cuffetià” nelle pignate di terracotta sui carboni; ritroverete l’arte della pasta casereccia, delle verdure di stagione e degli antichi dolci delle feste. Un patrimonio prezioso per nutrire non solo il corpo, ma anche la nostra identità.
Fonte storica
I testi, le memorie e le ricette di questa sezione sono un recupero tratto dalla “Raccolta delle ricette più significative della tradizione popolare”, un prezioso lavoro di ricerca sul dialetto e sul folklore locale curato tra il 1992 e il 1993 dalla Biblioteca Comunale di Contursi Terme, realizzato grazie alla memoria storica delle anziane del paese e all’entusiasmo delle nuove generazioni
Gli utensili
Una cucina tipica tradizionale era arredata con mobili semplici ma robusti; in primo piano vi era il grosso camino con il gancio pendente per le “caurale” (paioli); in un angolo il forno di mattoni per il pane; le grosse madie col coperchio che spesso fungevano anche da tavolo e, aperte, servivano per impastare il pane. Le “Scansìe” erano una sorta di stipi, a volte aperti e a volte chiusi, appesi al muro a mo’ di pensili da cucina, e servivano per deporvi le cosiddette “graste”, pentole di terracotta o ceramiche. L’appendirame (una serie di assi di legno su cui spiccavano dei ganci) serviva per appendere le padelle e pentole di rame o di alluminio. Per sedersi vi erano gli scanni, sgabelli di varia grandezza per grandi e piccoli, e i “vanghi” (le moderne panche) che, essendo vuoti all’interno, servivano anche per stipare la roba (cassapanche). Nelle case dei poveri venivano usati tronchi di albero tagliati orizzontalmente (piésciul’). Per ciò che riguarda gli utensili veri e propri, bisogna dire innanzitutto che erano fatti per lo più di terracotta, alcuni smaltati altri no, di legno e di rame rosso o stagnato. Citiamo i più usati:
Le “PIGNATE”: venivano usate per stufare verdure e legumi tra i carboni ardenti (la cottura avveniva molto lentamente perché i carboni col passare delle ore si consumavano, fino a conservare soltanto il calore alla pietanza che veniva consumata la sera);
I “TIANI”: usati soprattutto per cuocere la salsa e per fare i sughi in genere;
I grossi “CATINI”: servivano per manipolare la carne di maiale;
L’“ARZUL” (orciolo): era un grosso boccale di terracotta usato per mettere il vino in tavola;
Le “CIOTOLE” (orci): erano usate invece come recipienti per l’acqua da bere; coperte da un panno bianco bagnato, riuscivano a conservare l’acqua fresca nei campi nelle lunghe giornate estive. A tavola per bere si usavano dei piccoli boccali di terracotta; per conservare l’acqua da bere per alcuni giorni si usavano i “VARRIL” (barili di legno).
La “VACILA” (zuppiera): a tavola, poiché non esistevano piatti (nelle case povere s’intende), i commensali consumavano il pranzo tutti insieme direttamente da questo grande recipiente comune.
Le pentole (“CAURAL”, “TIANELL”, “CACCAVE’LL”, “CA’CCAV”): erano quasi tutte di rame rosso o di alluminio; il “CACCAVO”, che veniva usato per cagliare il latte, era invece fatto di rame con l’interno coperto da un sottile strato di stagno.
Le posate erano tra i pochi utensili di ferro; il “CUO’PPO” (mestolo) era invece di alluminio.
“CUCCHIA’RE”, “CUCCHIARELLE” e “RUOT’L'” (schiumarole e mestoli) erano di legno.
Le MATRELLE: vassoi di legno usati per essiccare al sole la conserva di pomodoro.
Le “GRATE”: fatte con i rami di ginestra intrecciati, servivano per essiccare al sole la frutta (fichi, pere, susine ecc…) e gli ortaggi (pomodori, peperoni, melanzane ecc…).
Per contenitori di derrate si andava ai “CANNI’TI” per il grano, ai “PANARI” (panieri) e “CESTIE’LLI” (canestri) usati per roba più al dettaglio.
Menù tipico della tradizione contadina
Quella che noi oggi chiamiamo colazione, fino a circa 30 anni fa consisteva in un’abbondante porzione di “PANCOTTO“, il più delle volte costruito intorno agli avanzi della sera precedente. Si eseguiva grosso modo così: si soffriggeva l’aglio e un momento prima che rosolasse si aggiungevano i peperoni secchi; quando l’odore si sprigionava dall’insieme, si aggiungevano gli avanzi (fagioli, patate, verdure ecc…); si allungava il tutto con l’acqua e si lasciava bollire per un po’, dopodiché si versava sul pane spezzettato nelle zuppiere e si faceva riposare per qualche minuto. In genere si usava il pane più duro o le cosiddette “FRESE” (pani biscottati). Il latte, di norma, in casa era raramente usato; in genere se ne facevano una cura i garzoni che, a turno, facevano la guardia alle pecore. Qualche volta però, sempre a colazione, si faceva la “VUDDUTA“, che era una zuppa fatta in maniera particolare: si faceva bollire il latte (fatto già di per sé particolare perché il latte non si bolliva mai, ma si mangiava fresco appena, munto) o si aggiungevano nella pentola dei pezzi di pane; si condiva col sale e si lasciava bollire ancora fino al punto che il latte diventava una specie di crema; si mangiava nella stessa pentola.
PRANZO
Anche il pranzo era tutto un’altra cosa di quello che possiamo intendere oggi in base alle nostre abitudini. In genere veniva consumato nei campi nell’ora di mezzo della giornata; a volte si mangiava anche in piedi. Consisteva sempre di pane e companatico. Il companatico consisteva in formaggio, frutta secca in genere, frutta fresca, ortaggi, e, raramente, salame o qualche frittata. Se la frugalità nel mangiare era una costante comune di tutta la vita dei nostri nonni, il pranzo di mezzogiorno non concedeva niente al gusto o al piacere: si mangiava solo e quel tanto per conservare le forze fino alla sera.
CENA
Il pranzo della sera, invece, era un poco più complesso e, per i tempi, concedeva abbastanza al piacere e al gusto. Sui tavoli delle famiglie che avevano la vigna, compariva anche qualche “ARZU’L” pieno di vino. La cena, quindi, anche se consisteva sempre in piatti unici a base di verdure, variava molto, a secondo delle stagioni e dei giorni della settimana. In genere seguiva un calendario settimanale grosso modo così:
LUNEDÌ: verdure alla pignata (cicorie, cavoli, cardoncelli, rape, ecc…).
MARTEDÌ: fagioli (o con aglio fritto, o col sugo di pomodoro, o con cotiche di maiale).
MERCOLEDÌ: zuppa di patate e cipolle.
GIOVEDÌ: pasta fatta in casa (gnocchi o laganelle).
VENERDÌ: polenta.
SABATO: ceci o cicerchie.
DOMENICA: Fusilli.
La carne, salvo qualche eccezione, era quasi totalmente assente dalla dieta tradizionale; veniva consumata in occasione delle grandi Feste e nei “CAPACCANALI” (fine dei lavori), per esempio alla fine della mietitura, o della semina, o della raccolta delle olive ecc…
I modi di fare il pane e le polente
Il pane
Il pane, alimento indispensabile, è da sempre considerato l’alimento principe della tavola dei poveri; bastava un tozzo di pane con del companatico (qualche noce e dei fichi secchi) per fare un pranzo… Vari sono i tipi di pane che venivano preparati in passato, a secondo dei periodi di maggiore o minore abbondanza: si passava dal pane di ghiande a quello di orzo, di mais, di segale, di grano. Il pane di grano veniva consumato soprattutto dagli ammalati, perché il più nutriente e leggero di tutti gli altri tipi. Nella tradizione contursana le “forme” del pane sono quelle classiche: si va dalla “panella”, pagnotta rotonda del peso di due o tre chilogrammi, al “filone”, di forma oblunga di uno o due chilogrammi, alle “frese”; pane biscottato molto usato per “i pancotti”, “acquasale”, zuppe di latte o di verdure varie.
Pane bianco di grano
Lunga e faticosa era la preparazione del pane casereccio; questa iniziava già dal giorno prima, allorquando la massaia si accingeva a preparare il lievito (crìscit). Di solito dal pastone del pane precedente veniva prelevato e conservato un po’ di pasta lievitata che si metteva ad essiccare per conservare i fermenti per la volta successiva. Quando occorreva, quindi, si prendeva questo “crìscit”, si ammorbidiva e si scioglieva in acqua tiepida, si aggiungeva un po’ di farina fino ad ottenere una pasta molto morbida e tenera, e si metteva a lievitare di nuovo nella fonte della farina, nella madia. In genere la quantità di farina usata per una “fatta” di pane era di 20-25 Kg, rapportata con la capienza del forno. Tutto questo la sera prima. Intanto la mattina successiva, molto presto, la massaia, riscaldata la pentola di acqua in cui si metteva a sciogliere un paio di pugni di sale, si accingeva ad impastare (ammassare) a forza di braccia e di pugni, amalgamando il lievito della sera precedente, fino ad ottenere un pastone morbido e gonfio. La pasta risultava ben impastata quando, tagliandone un pezzetto, l’interno si presentava pieno di buchi ciò era l’inizio della lievitazione. Quindi si ricopriva con una tovaglia pulita e numerose coperte e rimaneva a lievitare (il tempo di lievitazione varia a seconda delle stagioni: va da un’ora ad un’ora e mezza d’estate, fino a 4-5 d’inverno). A metà lievitazione la massaia si accingeva ad accendere il forno e a dividere la pasta in tanti pani: li legava con delle salviette, e ben coperti continuavano a lievitare. Prima di infornare il pane era buon uso fare la pizza con il pomodoro o con aglio e olio. Tradizione era anche fare la focaccia, o “PIZZA AMMACCATA” o “PIZZA SENZA NIENTE” che veniva usata al posto del pane per il pranzo della sera, dato che il pane ancora caldo non poteva essere consumato subito. Un altro tipo di pane anche se non molto usato era il pane di segale o (iururnan’) questo era di colorito più scuro e si manteneva molto umido.
Pane di ghiande
Nei periodi più bui della guerra per fronteggiare la fame e la miseria, la gente più povera non esitava a consumare pane scuro fatto con farina ricavata dalle ghiande, abbrustolite e macinate; questa farina si mischiava con la farina di grano e si procedeva alla normale panificazione. Questo pane risultava di colore molto scuro e di sapore amarognolo.
Pane d'orzo
La farina di orzo viene mischiata in parti uguali a quella di frumento e si procedeva alla panificazione. Da noi è stato sempre poco diffuso.
Pane di mais
Il mais o granturco (granurìnia) era una coltura molto diffusa nelle nostre zone perché, essendo le annate, fino ad una ventina di anni fa, molto piovose, ne era stimolata oltremodo la crescita essendo essa una coltura estiva. Il grano, invece, che al contrario cresce in inverno ed è favorito dalle annate relativamente secche, se ne produceva poco. Ragion per cui, specialmente sulle tavole dei contadini, era molto diffuso il pane fatto con farina di mais. Il pane di mais non sempre però era fatto con sola farina gialla. Molte volte si mischiava con la farina di grano in proporzioni che variavano con la disponibilità. Alcune volte, addirittura, si mischiavano vari tipi di farina, sempre per la benedetta disponibilità, ma anche per un’esigenza, oggi diremmo inconscia, di mischiare quanti più elementi possibili per alimentarsi in modo completo.<
Preparazione
Per preparare il pane di mais (assoluto), si impastava la farina gialla con acqua bollente e salata. Appena raffreddata, vi si incorporava il lievito naturale e, dopo la lievitazione, il “pastone”, essendo molto molle, si divideva in forme con l’ausilio di un piatto. Si riempiva, infatti, un piatto qualsiasi e si rovesciava su una grossa foglia di cavolo, dopodiché si adagiava con cura nel forno. I pani che si sfornavano, risultavano di forma molto schiacciata con la tendenza a sbriciolarsi. Molto usati erano anche i biscotti perché si mantenevano più a lungo.
Polenta
Con la farina gialla di granoturco molto diffusa era la preparazione della polenta. Questa, pur essendo un piatto tipico del nord Italia, era frequente nella cucina contursana, per la grande quantità di granturco, che in passato veniva ampiamente coltivato nelle nostre campagne. È interessante ricordare che la raccolta del granturco assumeva per la vita contadina un momento di fondamentale importanza, ricco di folklore al pari della mietitura e trebbiatura del frumento. Una volta mietuto, il granturco doveva essere “scuff’lat” cioè bisognava pulire le pannocchie dall’involucro di foglie (“coffole”). Questo lavoro veniva fatto nelle dolci serate di settembre sulle aie delle “masserie”, delle cascine, e per l’occasione si organizzavano delle vere e proprie “FESTE DI CONTRADE”. I contadini della stessa zona si riunivano a turno, una sera per parte, e mentre si procedeva al lavoro, i giovani danzavano al suono di un organetto, mentre le persone anziane preparavano spighe bollite e arrostite, friggevano zeppole e “scagliuozz”.
Preparazione
La preparazione della polenta è un classico ed è nota a tutti. I condimenti invece variavano a secondo dei momenti e dei gusti: si andava dalla polenta condita con olio fritto, cipolla e peperoni secchi (presente quotidianamente sulle mense più povere) a quella con i fagioli, o con sugo di pomodoro e formaggio; a quella più sofisticata con la salsiccia. Tipica è la polenta che si faceva, allorquando si ammazzava il maiale con l’acqua nella quale venivano cotti i sanguinacci.
I modi di manipolare il latte
Il latte
Il latte, alimento indispensabile per lo sviluppo e la crescita dell’uomo è stato da sempre largamente consumato soprattutto dai contadini allevatori di greggi. Il latte maggiormente consumato era quello di pecore e di capre, molto ricco di grasso e di sapore molto intenso; questo perché l’allevamento tipico delle nostre zone era rivolto soprattutto agli ovini e caprini, solo in tempi più recenti si è sviluppato l’allevamento dei bovini da latte, in quanto, in passato pur essendo presenti in tutte le fattorie i cosiddetti “buoi” venivano utilizzati per i lavori dei campi. Il latte utilizzato per lo più per la preparazione di formaggio e ricotta tipica, veniva consumato fresco, bollito e condito con sale. Veniva preparata la cosiddetta “VODDUTA” oppure la cagliata “QUAGLIATA”. Mitici sono ormai i tempi connessi all’allevamento degli ovini e caprini, allorquando con il sopraggiungere della primavera, le greggi venivano cacciate dagli ovili e posti a dormire in veri e propri accampamenti sotto le piante di olivi, recintate con reti di corda. Infatti si organizzavano le cosiddette “MANNR” (mandrie) con lo scopo di far concimare le piante di ulivi. I contadini di una zona si univano a turno, a seconda del numero dei capi che ognuno possedeva e del latte che produceva; in proporzione, le greggi stazionavano nel proprio fondo a dormire. Al primo mattino le greggi venivano munte e, misurato il latte con dei secchi a misura appositi, venivano avviate al pascolo. Rimaneva solo il proprietario del fondo che aveva ospitato la “MANNRA” e a lui toccava “QUAGLIARE”. Questa operazione, in genere avveniva nello stesso luogo della mungitura, infatti tutte le attrezzature occorrenti venivano trasportate a dorso di asino sul luogo della “MANNRA”; “cacc’v”, “ruot’l”, “fasciell” e “fascelle”, secchi e misure seguivano le greggi nei loro spostamenti da un fondo all’altro. Il modo tradizionale di manipolare il latte era quello di “QUAGLIARLO” e di farne buon formaggio e ottima ricotta.
Modo di cagliare il latte
Operazione preliminare per cagliare il latte è quella di preparare il caglio: in genere venivano utilizzati i fermenti dello stomaco di agnellini e capretti lattanti; infatti quando questi venivano uccisi li si faceva qualche tempo prima allattare, in modo da trovare poi lo stomaco pieno di latte fermentato. Si prelevavano gli stomaci e si mettevano a seccare all’ombra. All’occorrenza si prelevava un po’ di questi fermenti, si mettevano in una pezzuola pulita: si ammorbidiva con latte tiepido e si spremevano alcune gocce nella massa di latte che era stato messo precedentemente ad intiepidire nel caccavo, si girava con un mestolo di legno, si lasciava riposare e dopo un po’ tutta la caseina si raddensava e si separava dal siero, dando origine così al formaggio, il quale veniva prelevato e disposto nelle fiscelle di giunchi, si pressava per farne scolare il siero, dopodiché si procedeva alla salatura e alla stagionatura.
Ricotta
Prodotto certamente molto genuino e delicato è la ricotta. Infatti, una volta prelevato il formaggio, rimaneva il siero che veniva messo di nuovo sul fuoco a riscaldare, lo si girava molto forte per far raccogliere sul fondo le briciole di formaggio ancora rimaste (venivano prelevate, ammigrate e distribuite ai ragazzi). Si continuava a girare e quando il siero stava per bollire si versava del latte di pecora o di capra fresco appena munto (in 100 litri di siero si aggiungono almeno 10 litri di latte fresco). Si continuava a girare fino a che si raccoglieva la ricotta che si presenta come una spuma soffice e delicata, si prelevava con la “cucchiaia” bucata e si disponeva nei fiscelli.
La cagliata
Era ovvio che la colazione del pastore fosse ricca di formaggi, però molto sbrigativa era quando si prelevava il fondo del siero ricco di briciole di formaggio e ricotta e si versava sul pane, tipo “pancotto”.
La vodduta
Più nutriente era la vodduta, infatti si metteva a bollire il latte con il sale dopodiché si aggiungeva il pane spezzato e si lasciava riposare fino a che diventava una pasta morbida.
La pasta casereccia
I fusilli
I fusilli sono il piatto tipico per eccellenza, impastati con acqua, farina e uova vengono “cavati” con un ferro. La caratteristica di questa pasta è data proprio dal ferro, il quale veniva ricavato dai vecchi ombrelli, e doveva essere non affusolato, bensì con i bordi sfaccettati, ciò per avere una migliore cavatura della pasta. Conditi con qualsiasi tipo di sugo, i fusilli sono ottimi; la nostra tradizione culinaria ci offre “fusilli” con sugo di gallina imbottita; “fusilli” al sugo di castrato o con carne di maiale, o con coniglio imbottito.
Cavatiell'
La caratteristica dei “cavatiell” consiste nel fatto che la pasta deve essere impastata con acqua bollente e lavorata con un cucchiaio di legno; si avranno così gnocchi morbidi come quelli con le patate. Questa pasta viene condita con ricotta secca di pecora grattugiata e sugo, gustosissimi sono anche con broccoli di rapa, punte di asparagi con abbondante olio extravergine e aglio fritto.
Tagliatelle
Le “laganelle”, pasta molto sbrigativa nella preparazione era quella che più frequentemente era presente sulla mensa dei contadini; unita a fagioli o ceci, conditi sia con l’aglio fritto o con il sugo, costituiva un vero e proprio piatto completo.
Ravioli
La pasta più elaborata che la tradizione ci ha tramandato sono i “ravioli” con ripieno di ricotta di pecora. La sfoglia è quella tipica, impastata con acqua e uova, il ripieno è particolare proprio perché la ricotta di pecora ha un gusto inconfondibile più carico di sapori, condita con uova, sale, una spolverata di pecorino grattugiato e prezzemolo tritato finemente. Conditi con sugo di carne i ravioli sono una specialità tipica della cucina contursana.
Le verdure e le ciambotte della tradizione
Le minestre di verdure costituivano insieme alle ciambotte, il primo piatto più diffuso, tanto è vero che, nell'idioma locale, la verdura viene identificata con il termine di "minestra". Oltre, quindi le innumerevoli minestre di cavoli, verze, scarola, rape ecc... fatte con l'aglio fritto e condite con formaggio, pepe, semi di finocchio o fatte alla "pignata" con cotiche di maiale e salsiccia, particolarmente gustosa era "la minestra" di erbe selvatiche: cicoria, cardoncelli, finocchietto ecc... Molto delicate erano le insalate di crescione "acce'tiell" (lauro di fiume) di cui era ricco il fiume Sele. Deliziosi piatti unici sono le cosiddette "CIAMBOTTE", o zuppe a base di ortaggi, legumi e verdure ecc.; sono forse l'emblema della cucina tipica mediterranea. Ogni stagione aveva le sue "ciambotte" a seconda degli ortaggi disponibili. Queste, pur essendo un po' laboriose per la preparazione, avevano la praticità di poter essere preparate anche la sera prima o la mattina presto; ciò permetteva quindi, alle massaie di poter dedicare più tempo ai lavori dei campi o alle faccende domestiche. L'estate, ricca di ortaggi, era colorata di deliziose "ciambotte" di zucchini, di peperoni e pomodori, di melanzane "a fungitielli", di fagiolini verdi con aglio fritto e pomodoro ecc. La cucina tipica invernale era ricca di "ciambotte" di patate e baccalà, di "fagioli a zuppa", "di ceci e di cicerchie". Sulle mense più povere ci si accontentava di una "ciambotta di cipolle". La primavera, poi, era ricca di "ciambotte" di carciofi imbottiti con asparagi, fave, piselli ecc... Queste erano rese ancora più gustose se nell'olio si faceva soffriggere anche della pancetta a pezzi o del lardo di maiale. Un posto di particolare rilievo occupavano gli asparagi selvatici nella cucina contursana, proprio perché il territorio ne è particolarmente ricco. Questi sono comunemente usati sia come odori (soffritti nei sughi, nelle verdure con l'uovo fritto ecc...) che come pietanze a "ciambotte" con fave e carciofi ripieni. Ma è con gli spaghetti "aglio, olio e asparagi" e con la tipica frittata che si gustano in tutta la loro fragranza. La tipica frittata di primavera ci riporta agli usi e costumi dei tempi passati, allorquando i contadini, la mattina di Pasqua, prima di recarsi in paese per la Festa, usavano consumare un'enorme frittata di uova, asparagi e salsiccia.
Broccoli "scupptiat" e minestra alla "pignata"
Ingredienti
Cipolle, sale, acqua, uova, formaggio, pane raffermo o frese
Esecuzione
Si soffriggevano 5 o 6 grosse cipolle tagliate a fettine, si allungava acqua e sale, a cottura ultimata, si aggiungevano 4 o 5 uova battute e formaggio, il tutto veniva versato su pane raffermo o frese.
Minestra alla "pignata"
Esecuzione
Sbollentate le verdure selvatiche (cicoria, finocchietto, cardoncelli) si mettevano a insaporire nella pignata (pentola di terracotta smaltata) con cotiche di maiale, salsiccione (o altri pezzi di carne), pepe, semi di finocchio, peperone in polvere, un pizzico di peperoncino e formaggio. Nei tempi passati la “minestra alla pignata” veniva preparata la mattina presto, la si metteva ad insaporire (“cufftia”) lentamente sui carboni e la si consumava nel pranzo serale.
Ciambotta di zucchine
Ingredienti
Una cipolla, un pezzetto di formaggio, olio extravergine, 4 o 5 pomodori maturi.
Esecuzione
Soffritta una bella cipolla tagliata a listarelle, con un pezzetto di formaggio, in olio extravergine, si aggiungano 4 o 5 pomodori maturi a pezzi e dopo qualche minuto aggiungere zucchini e patate (a piacere) tagliati a dadini. Si insaporisce con sale, un pizzico di pepe e prezzemolo; a cottura ultimata si aggiunge una manciata di formaggio grattugiato.
Fagiolini verdi a "ciambotta"
Ingredienti
Fagiolini, aglio, pomodori, sale, basilico
Esecuzione
Si mondano e si scaldano i fagiolini teneri; da parte si soffrigge l’aglio, si aggiungano dei pomodori tagliati a pezzi, sale e basilico. Si mescolano i fagiolini e si fanno insaporire a fuoco lento sui carboni in una pentola di terracotta.
Ciambotta di cipolle
Ingredienti
Cipolle, sale, acqua, uova, formaggio, pane raffermo o frese
Esecuzione
Si soffriggevano 5 o 6 grosse cipolle tagliate a fettine, si allungava acqua e sale, a cottura ultimata, si aggiungevano 4 o 5 uova battute e formaggio, il tutto veniva versato su pane raffermo o frese.
Ciambotta di peperoni e pomodori
Ingredienti
Peperoni, pomodori, sale, prezzemolo, basilico, aglio, olio d’oliva.
Esecuzione
Dopo aver fritto i peperoni in olio di oliva, nello stesso olio friggere dei pomodori maturi tagliati a pezzetti, aggiungere del sale, prezzemolo, basilico fresco e un aglio schiacciato. Quando i pomodori sono a metà cottura si aggiungono i peperoni e il tutto si fa insaporire a fuoco lento. Alla fine si spolvera una manciata di formaggio grattugiato. “Ciambotte” più sostanziose e colorite si possono avere aggiungendo agli ingredienti suddetti (seguendo sempre lo stesso procedimento) patate fritte e melanzane tagliate a strisce e fritte.
La carne e il pesce
C'è da ribadire che, nella cucina tradizionale delle nostre zone, la carne era molto rara, e che il consumo di tale alimento avveniva solo in occasione delle grandi feste religiose (Pasqua e Natale), e alla fine dei grossi lavori agricoli (mietitura e trebbiatura del grano, raccolta delle olive, ecc...), o allorquando si ammazzava il maiale. La carne che veniva consumata in tali occasioni (escluso il maiale), consisteva per lo più in una bella "gallina imbottita" nel sugo di pomodoro. Si prendeva una gallina di 3 anni e, dopo averla pulita avendo cura di non aprirla tutta, si preparava l'imbottitura fatta con le interiora (fegato, ventricello, cuore, intestino pulito e lavato con sale) tagliate a pezzetti; fatte asciugare queste in padella, si aggiungeva dell'olio e si soffriggevano. Da parte si preparavano delle uova sbattute con formaggio, sale e prezzemolo tritato e un po' di mollica di pane sbriciolata. Si mescolava il tutto alle interiora e si faceva rapprendere qualche minuto sul fuoco. L'imbottitura, a questo punto, veniva inserita nella cavità addominale della gallina, questa veniva cucita e messa a rosolare, si aggiungeva in pentola il sugo con odori vari (aglio, prezzemolo, basilico, cipolla tritata e sale) e si faceva cuocere a fuoco lento per alcune ore.
Il coniglio e il gallo
Seguendo lo stesso procedimento (della gallina imbottita) si può fare anche il coniglio imbottito o il gallo imbottito. Il coniglio e il pollo si possono gustare in numerosi modi: arrostiti sulla brace, o indorati e fritti, in umido con olio, aceto e odori vari. Un modo molto stuzzicante è quello di farli soffriggere nella padella di ferro, tagliati a pezzi molto piccoli.
Gallina, pollo o coniglio trifolati
Esecuzione
Tagliare il pollo o il coniglio a piccoli pezzi e farli soffriggere in abbondante olio extravergine; quando la carne si è indorata aggiungere aglio tritato, prezzemolo, sale e 3 o 4 pomodori maturi tagliati a pezzi. Salare e far ultimare la cottura fino a che non si asciughi tutta l’acqua; è ottimo aggiungere, anche, un pezzetto di peperoncino amaro.
Agnello
L’agnello, presente spesso sulle tavole dei contadini. Nei tempi passati le contrade di Contursi erano ricche di pastori, soprattutto di pecore e di capre. La vendita di teneri agnelli costituiva un valido supporto per l’economia rurale. Per questo le mense pasquali sia dei ricchi che dei poveri, erano quasi sempre imbandite di agnello arrostito, o al forno. Per il resto dell’anno al contadino non rimaneva altro che, (allorquando ammazzava l’agnello per venderlo), il consumo delle budella e del sangue con il quale si preparavano i “MUGLIUTIELL” E LA “SANCIA”.
I mugliutiell
Esecuzione
Si prendono gli intestini degli agnelli lattanti si svuotano, si aprono con delle forbici e si lavano con il sale e acqua. Si sbollentano, dopodiché si sistemano nelle “trippe” e si condiscono con pepe, formaggio, aglio, prezzemolo e sale, si riavvolgono e si legano a mo’ di braciola, si soffriggono e vengono calati a cuocere nel sugo di pomodoro, il quale condirà deliziosi fusilli. Un altro modo di gustare gli intestini è quello di: tagliati a pezzetti piccoli, si soffriggono e si aggiungono delle uova con formaggio.
La sancia
Esecuzione
Il sangue del capretto viene raccolto in una “vacila”, si fa rapprendere e si sbollenta in acqua e sale per qualche minuto, si fa sgocciolare e si taglia a pezzetti; nella padella si fa soffriggere cipolla tritata fine e qualche peperone secco; si aggiunge il sangue cotto e si soffrigge il tutto.
Le rane
Ricchissimi di rane erano i torrenti locali e davano l’occasione, agli amanti di questo cibo, di organizzare vere e proprie spedizioni alla “Vonghia” ed ai torrenti della zona allorquando in primavera (stagione degli amori), questo anfibo fuoriusciva dal letargo invernale. Le rane si gustavano sia soffritte con l’uovo, che in umido con il sugo e il peperoncino.
Il maiale
Nell’ambito di questo argomento, non si può non menzionare il maiale, per l’importanza che assumeva nell’alimentazione del periodo invernale. C’è da dire soltanto che, sebbene ancora oggi siano in molti ad “ammazzare” il maiale per fare i salami caserecci, il “fatto” non è più importante come una volta perché ha perso quella carica rituale di cui era pregno in passato. Oggi che la carne è presente, grazie a Dio, sulla tavola di tutti, non si aspetta più come una volta questo evento, per farsi una scorpacciata di ventresca mista a peperoni (sottaceti) e patate fritte. L’autunno, si sa, era ed è una stagione molto attiva per i contadini poiché si effettua la semina, si prepara l’orto d’inverno e si raccolgono le olive, di cui il nostro paese è stato da sempre particolarmente ricco. Oggi con i mezzi meccanici si fa presto, ma fino a qualche decennio fa, questi lavori procedevano a ritmo serrato fino a dopo le feste di Natale e Capodanno. Alla fine, a coronamento di tutti i lavori svolti, per inaugurare il nuovo anno, si concedevano un breve periodo di riposo, ed in questo periodo si “ammazzava” il maiale. Questo avvenimento era, per il mondo rurale, un vero e proprio rito e si coglieva questa occasione per riunirsi, amici e parenti, per fare insieme una “abbuffata” di carne. Nonni, figli ed un numero infinito di nipoti, partecipavano sull’aia della masseria al “sacrificio” dell’immolazione del “porco” che, con molta cura, si era tenuto ad ingrassare per un anno intero. Del maiale, tolte le setole, non si buttava niente. Non appena scannato, il sangue che sgorgava a fiotti veniva raccolto in una bacinella di terracotta e, per evitare che coagulasse, veniva agitato con un mestolo di legno, in modo da togliere i filamenti di fibrina. Fatto ciò si procedeva alla preparazione del sanguinaccio: il sangue veniva condito con zucchero, cacao, cannella e vaniglia, mollica di pane, un po’ di liquore, uvetta passa e, alla fine, vi si aggiungeva un po’ di sugna. Quando tutto era pronto, si versava l’impasto nelle budelle più grosse del maiale, precedentemente cucite da un lato a mo’ di sacco. Si confezionavano tanti “salsicciotti” e si mettevano in una pentola con acqua, a cuocere a fuoco lento. Una volta cotto e raffreddato, il sanguinaccio veniva tagliato a fette e consumato. Nell’acqua di cottura del sanguinaccio, si aggiungeva poi farina gialla per preparare una particolare polenta. Quando la carcassa del maiale veniva aperta, si esultava di gioia alla vista del lardo, si correva subito a misurarne lo spessore con le dita: quanto più il maiale era grasso, tanto più si ringraziava Dio. Oggi che il lardo è schifato anche dai cani, possiamo misurare l’abisso che ci separa da quei tempi. Si prelevava la sugna e, nel giro di qualche giorno, veniva fusa e versata nella vescica del maiale, opportunamente pulita, salata e gonfiata. La sugna veniva usata come condimento, soprattutto da chi non aveva una buona produzione di olio, per preparare dolci (pastefrolle, panettoni, ecc.) ma anche per ingrassare e mantenere elastiche le scarpe, e come crema ammorbidente per le mani consumate dai lavori e screpolate dal vento di bora. Quindi, tolto il sangue, tolta la sugna, tolti i lardoni che, opportunamente salati venivano consumati prima che arrivasse la stagione calda, tolte le zampe e le orecchie, con cui si condivano squisitissime minestre alla pignata, tolto il fegato, usato arrosto con le foglie di alloro, tolto il cervello, con cui si confezionava una frittatina da consumarsi le unghie a furia di fare la “scarpetta” al piatto, tutto il resto veniva diviso in modo da avere il pezzo di carne giusto per: prosciutti, spalle, capicolli, ventresche, salsicce, soppressate e salsiccioni. I capicolli e le pancette, opportunamente salate ed affumicate, “aspettavano le fave fresche”: aspettavano cioè la primavera per essere consumati. I prosciutti e le spalle, dopo essere state sotto sale per 40 giorni, venivano conditi con polvere di peperoni rossi e appesi a stagionare per essere poi consumati al tempo della mietitura. La carne restante, filetti e costate, veniva triturata, condita con sale, peperone rosso e finocchio selvatico, e insaccata negli intestini del maiale stesso. Non appena stagionati, dopo 20-30 giorni, venivano tagliati a pezzetti e conservati sott’olio o nella sugna. Normalmente i salami, con la parte migliore del prosciutto, venivano conservati per le grandi occasioni, quando si aveva la ventura di avere in casa ospiti importanti. I salsiccioni, fatti con pezzi di carne più scadente, più grassa, con l’aggiunta di polmone, cuore, reni ecc., venivano consumati cotti con la verdura. Altri pezzi tipici erano il “frontillo” e il “vuccularo“, cioè la parte che ricopre la faccia e la gola del maiale.
Il pesce
Per quanto riguarda il consumo di pesce, la cucina tradizionale ci tramanda l’uso del baccalà che veniva preparato in innumerevoli modi. Soprattutto la vigilia di Natale, vi era l’uso di prepararlo in sette modi diversi. Tipiche erano “le ciambotte” di baccalà e patate; il baccalà fritto o ancora all’insalata con peperoni sott’aceto e sedano; o in umido con cipolle, sedano, pomodoro e olive salate con il sugo del quale si possono condire deliziosi spaghetti.
Baccalà e patate
È questa una ricetta molto antica, del periodo invernale.
Esecuzione
Si soffriggono 3 o 4 cipolle tagliate a fettine con un pezzetto di formaggio, si aggiungono patate tagliate a dadi grondanti di acqua, pomodoro pelato, aglio schiacciato, sale, prezzemolo e abbondante sedano; a metà cottura si aggiunge il baccalà a pezzi.
Particolare importanza assumeva il consumo del pesce di fiume, di cui era ricchissimo il Sele, soprattutto le trote, dal delicato colore rosa; i “tronchi” e il “baffo” sono pesci che in gran quantità venivano pescati. Di questi molto sfiziosa era la “Frittura” (o Frangia) formata da pesci piccolissimi di vari tipi che infarinati e fritti venivano mangiati con tutta la resta.
I dolci
Il consumo del dolce nella tradizione contursana si lega soprattutto alle feste natalizie e pasquali. Un'altra nota caratteristica è che i dolci natalizi sono tuttora dolci che vanno fritti, per la tradizionale e secolare produzione olearia del nostro paese. A Natale, infatti, la raccolta delle olive è già inoltrata, per cui si "prova" l'olio nuovo con "pizze fritte", "zeppole", ecc.
I dolci pasquali, al contrario, sono dolci che vanno infornati. Anche per questi dolci l'ulivo è presente, infatti si conservano i rami della potatura (li frùcit') per preparare il forno: questi rami sono particolari sia per la temperatura che riescono a far raggiungere ai mattoni del forno, sia per l'aroma che riescono a trasmettere agli alimenti.
Le zeppole
Le “zeppole” sono regine della tradizione natalizia contursana; anche se, per la verità, non sono dolci, ma dei rustici.
Esecuzione
Si impastano 2 o 3 kg di farina (le quantità variavano in base al nucleo familiare) nei “catini” di creta smaltata, con acqua tiepida in cui si è sciolto sale e lievito naturale. Si lavora a lungo l’impasto che deve risultare tenero e deve staccarsi dalle pareti del “catino”. Si lascia lievitare per qualche ora al coperto di un panno caldo, dopodiché si prende la pasta a cucchiaiate, si tira con le mani (per non fare attaccare la pasta alle mani, è opportuno bagnare le punte delle dita con olio fresco). Si frigge in abbondante olio bollente nelle “fressole”, grossi tegami con manico lungo.
Ancora oggi molte famiglie conservano antichi tegami appositamente per la frittura delle “zeppole” di Natale.
I tortanetti
I “Tortanetti” (o Strùf’l’) o più volgarmente “Cacazze di Monaco” sono in realtà una specie di torrone fatto in casa.
Esecuzione
Si impasta 1 kg di farina, 6 o 7 uova, un bicchiere di olio, un pizzico di sale, mezzo bicchiere di vino bianco e un pizzico di zucchero. L’impasto resulta lucido e abbastanza duro (per ammorbidire bagnarsi le mani con vino bianco). Dalla pasta madre si staccano dei tocchetti che vengono lavorati e tirati fino ad avere un cordonetto dello spessore di mezzo dito, si taglia a dadini piccoli, dopodiché si friggono in olio bollente.
Terminata la frittura, a parte si scioglie sul fuoco miele e zucchero in un apposito tegame e vi si versano i dadini (a cui si è aggiunto, a piacere, noci sminuzzate, buccia di mandarino tagliuzzata e qualche altra spezia); si rimesta il tutto fino a che non sia tutto un amalgama e, a cucchiaiate, si dispongono su tavole di legno (“Tavulìll”) che si avrà cura di inumidire un poco con acqua per non fare attaccare il miele al legno. A questo punto ogni mucchietto sarà pressato e modellato con le mani a piacere (forma di cuore, di ciambella, di colomba, ecc.) e cosparso di zucchero o confettini colorati. Una volta raffreddato questo dolce avrà la durezza e il sapore del torrone.
Con la stessa pasta dei “tortanetti” (deve essere soltanto un po’ più morbida) si possono fare altri dolci come le “Crespelle”, i “Cannuoli” e la sfoglia dei “Panzarotti”.
Crespelle
Esecuzione
Tirare la pasta con il matterello (“Laghenatùr”) fino ad avere una sfoglia abbastanza sottile, la si taglia a strisce della larghezza di due dita e di 15-20 cm di lunghezza, e la si modella in modo da ottenere una specie di cestino basso; a questo punto si frigge in olio bollente e si spolvera di zucchero oppure la si riempie di crema pasticcera.
Panzarotti o "ncasatielli"
Le “zeppole” sono regine della tradizione natalizia contursana; anche se, per la verità, non sono dolci, ma dei rustici.
Esecuzione
Si impastano 2 o 3 kg di farina (le quantità variavano in base al nucleo familiare) nei “catini” di creta smaltata, con acqua tiepida in cui si è sciolto sale e lievito naturale. Si lavora a lungo l’impasto che deve risultare tenero e deve staccarsi dalle pareti del “catino”. Si lascia lievitare per qualche ora al coperto di un panno caldo, dopodiché si prende la pasta a cucchiaiate, si tira con le mani (per non fare attaccare la pasta alle mani, è opportuno bagnare le punte delle dita con olio fresco). Si frigge in abbondante olio bollente nelle “fressole”, grossi tegami con manico lungo.
Ancora oggi molte famiglie conservano antichi tegami appositamente per la frittura delle “zeppole” di Natale.
Anche questo dolce tipico è designato con vari nomi, secondo le località; per le nostre zone si usano indifferentemente i due termini anche se “panzarotto” è probabilmente più moderno e si riferisce alla forma del dolce che ricorda una pancia gonfia; mentre “ncasatiello” si riferisce al fatto che per tenere bene attaccati i lembi della pasta lo si “ncasa” (schiaccia), altrimenti si aprirebbe facendo fuoriuscire la farcitura.
Esecuzione
La pasta è sempre quella dei “tortanetti”, anche se deve essere un po’ più morbida, si tira e se ne fa una sfoglia sottile. Il ripieno è fatto da ceci e castagne cotti e passati al setaccio, condito con anice, rhum, zucchero, cacao, pezzetti di buccia di mandarino, cedro candito, un pizzico di cannella e di garofano. Badare a non fare risultare l’impasto troppo tenero. Questo ripieno viene disposto a cucchiaiate sulla sfoglia e si fanno, quindi, dei ravioli, badando a pressare bene i bordi. Si friggono in olio bollente e si cospargono di zucchero e di miele fuso.
Cannuoli
Esecuzione
Si tira la pasta sfoglia e si taglia a quadratini (cm 10 x cm 10 all’incirca); questi si dispongono, uno alla volta, attorno a dei bastoncini di canne della lunghezza di 15 cm circa, incollando i due bordi opposti con bianco d’uovo sbattuto a neve. Dopodiché si friggono in abbondante olio bollente. Si farciscono con crema pasticcera e al cacao, oppure con ricotta condita con zucchero, vanillina, rhum e buccia d’arancia candita.
Taralli zuccherati
Esecuzione
Disporre kg 2 di farina, 250 grammi di zucchero, un quarto di litro di olio di oliva, lievito naturale e un pizzico di sale. Sciogliere il lievito e il sale in acqua tiepida e impastare. Si taglia la pasta a tocchetti e si formano dei taralli. Si fanno lievitare e dopo si infornano. Dopo che sono induriti ed hanno assunto un bel colore roseo (“calata la rosa”), si bagnano con le mani umide per farli diventare lucidi.
"Nginetti" (Ancinetti)
Esecuzione
Disporre in un catino smaltato 1 kg di farina, 10 uova, 10 gusci di uovo pieni di olio di oliva, un pizzico di sale. Impastare lentamente fino ad ottenere una pasta morbida, e far riposare l’impasto per due ore. Poi si prende la pasta a cucchiaiate e la si tira con le mani per disporla a formine sui “ruoti” (teglie di alluminio) cosparsi di farina. Infornare a forno sostenuto e far cuocere per circa 20-25 minuti.
Una volta raffreddati li si cosparge con il “naspro”, una specie di crema che si prepara a parte. Si prende, infatti, bianco d’uovo e zucchero a cucchiaiate, nella misura di uno a tre, e si batte con la frusta (un aggeggio apposito), aggiungendo, di tanto in tanto, del limone spremuto. Ottenuta una crema soffice e gonfia, ricoprire gli ancinetti, dopodiché disporre di nuovo nei “ruoti” e infornare per qualche minuto in forno debole fino a che il “naspro” non sia indurito.
Panettone
Intanto bisogna dire che questo dolce non ha niente a che vedere con l’omonimo della tradizione settentrionale, sia perché il nostro è di Pasqua mentre il nordico è di Natale, sia perché il nostro è molto più semplice e genuino.
Esecuzione
Disporre kg 1 di farina, 7 uova, la quantità di “medicina” richiesta (bicarbonato), del latte (quanto ne richiede) e un quarto di litro di olio di oliva. Friggere in questo olio un limone fatto a fette. Quando l’olio si è raffreddato, si tolgono i pezzetti di limone e si impasta il tutto a lungo. Infine si mette l’impasto in una forma e lo si inforna a temperatura moderata.
"Pastarelle" (biscotti)
Era il dolce che si conservava più a lungo e lo si trovava nelle tasche dei contadini anche un mese dopo la Pasqua.
Esecuzione
Disporre 1 kg di farina, 4 uova, 300 grammi di zucchero, 30 grammi di bicarbonato, un ottavo di litro di olio di oliva, un bicchiere di latte e la buccia grattugiata di un limone. Impastare fino ad ottenere una pasta morbida e liscia. Disporre la pasta a cucchiaiate nelle teglie infarinate e infornare a temperatura sostenuta per 20 minuti circa. Per ottenere delle “pastarelle” lucide, le si pennellava con latte o rosso d’uovo.
Amaretti
Esecuzione
Disporre 1 kg di farina a fontana, sgusciare 6 uova intere, aggiungere un quarto di litro di olio di oliva, 400 grammi di zucchero, 20 grammi di bicarbonato, una buccia di limone grattugiata, un po’ di nocciole sminuzzate e un pizzico di vanillina. Impastare gli ingredienti fino ad ottenere una pasta morbida e liscia. Dividere l’impasto in due primi e aggiungere ad una delle parti 1 bustina di cacao. Impastare fino a che il cacao non sia stato ben incorporato. Formare, quindi, delle palline, prendendo un tocchetto di pasta al cacao e un tocchetto di quella gialla. Passare poi, una sola faccia del biscotto, in bianco d’uovo sbattuto a neve, e successivamente nello zucchero. Decorare infine con ciliegie candite o con noccioline sminuzzate. Infornare per 20 minuti circa.
Taralli con le uova
Esecuzione
Con gli stessi ingredienti degli ancinetti è possibile fare i “taralli con le uova”. Solo che l’impasto deve risultare un po’ più duro e deve essere lievitato con un pizzico di bicarbonato. Dopo la lievitazione, lavorare la pasta e fare dei taralli. Li si scalda in acqua bollente leggermente salata e si infornano in forno sostenuto. Così come gli ancinetti, anche questi taralli possono essere cosparsi con il “naspro”, ma possono essere consumati anche senza.
Pan di Spagna
È il dolce per eccellenza; è la tipica torta farcita delle nostre zone, usata in tutte le occasioni di festa (matrimoni, cresime, battesimi, ecc.).
Esecuzione
Sgusciare 10 uova e dividere il tuorlo dall’albume. Aggiungere ai tuorli 10 cucchiai di zucchero. Sbattere il tutto fino a sciogliere lo zucchero. Incorporare 10 cucchiai di farina. Nel frattempo, a parte, aggiungere un pizzico di sale agli albumi e montare a neve ben ferma. Mischiare i rossi nel bianco a neve, lentamente, poi infornare a temperatura moderata.
Per farcire: Preparare una crema pasticcera, dividerla in due, in una metà aggiungere del cacao in polvere. Una volta raffreddata, dividere la torta in 3 dischi. Deporre un disco su un vassoio, spruzzare un po’ di liquore a piacere (vermut o marsala) o caffè, spalmare la crema al cioccolato, coprire con un altro disco. Spruzzare dell’altro liquore e disporre l’altra crema. Coprire con l’ultimo disco e decorare con “naspro” e cospargere di confettini colorati.
Torta di riso
Esecuzione
Lessare circa 500 grammi di riso in acqua bollente. A parte schiacciare circa 700 grammi di ricotta e incorporare zucchero, cannella, vanillina. Unire al riso. Montare a neve 4 albumi d’uovo e incorporare lentamente. A parte preparare la pasta sfoglia con farina, uova, burro e zucchero. Rivestire con la sfoglia una teglia e versare il composto. Infornare per 40 minuti circa.
I rustici
Sotto il nome improprio di dolci, la tradizione indica, sia a Natale che a Pasqua, anche dei preparati che in realtà sono dei rustici. I rustici per eccellenza sono i “Taralli sfresati” e la “Pizza fragola”.
"Taralli sfresati" (con olio di oliva e finocchietto selvatico)
Esecuzione
Impastare kg 5 di farina di grano con 1 litro di olio, acqua tiepida salata, lievito naturale, semi di finocchio. Far lievitare la pasta e modellare dei taralli. Scaldarli in acqua bollente salata. Deporli su un panno asciutto e far asciugare. Prima di infornare, bagnare con acqua fresca il bordo superiore per farli venire lucidi.




