Racconti di paura

Fonte
C’ERA UNA VOLTA – RACCONTI POPOLARI
a cura della Biblioteca Comunale.
31 Ottobre 1994

  • Racconto uno
  • Racconto due
  • Racconto tre

Era il 1952. Mi ero sposato da poco e lavoravo in famiglia coi miei genitori, dividendo con loro le scarse risorse di allora. Sposandomi, avevo affittato una casa presso "il Bambino", ma là ci andavo soltanto a dormire la notte con mia moglie. Tutte le sere, quindi, dopo aver consumato dai miei quel po' di cena che "passava il convento", ci recavamo in questa casa, per uscirne poi tutte le mattine, prima dell'alba. La cosa, all'inizio, ci sembrò perfino comoda e passarono alcuni mesi.

Poi una notte, nel dormiveglia, mi parve di sentire uno scalpiccìo impercettibile di passi che dalla porta si avvicinavano al letto. Mi svegliai del tutto e me ne stetti in silenzio un bel po', per constatare se la cosa durasse. E la cosa, infatti, durò qualche minuto, dopodiché si fece silenzio. Non osai svegliare mia moglie che dormiva beatamente, e non potei più prendere sonno per il resto della notte.

Il giorno dopo pensai di essermi spaventato per nulla e mi riproposi, senza dir niente a nessuno, di resistere e di conservare quella calma necessaria per dormire le notti seguenti.

Ma la sera stessa, dopo un primo sonno durato qualche ora, fui svegliato di nuovo da quel rumore di passi. Deciso a vederci chiaro, mi alzai e, raggiunta la porta che separava la camera da letto da un'altra camera, accesi la luce, anche per non svegliare mia moglie che dormiva come un ghiro. In un angolo dell'altra stanza, nella penombra (le luci di allora non erano tanto luminose quanto quelle di oggi), vidi due grosse braccia pelose con le mani incrociate. Mi spaventai moltissimo e, non sapendo che fare, considerato che comunque quel fenomeno non era una cosa reale, ma frutto di qualche diavoleria, mi rimisi a letto, con la speranza di riuscire a dormire e a non pensarci. Macché, fu tutto inutile.

Quella stessa notte, anche mia moglie fu svegliata da qualcosa. Mi chiamò spaventata e lei mi disse che si era sentita dapprima una pacca sulle spalle che poi si era trasformata in una presa d'artiglio.

A quel punto le raccontai tutto: di quello che mi stava succedendo da qualche tempo, e del perché non volevo farla ritirare da sola. Lei si spaventò tanto che non ci fu verso di convincerla a farla restare più in quella casa, nemmeno per un minuto. Quella sera, infatti, andammo a dormire dai miei.

Poi cambiammo casa e, per il resto della mia vita, non mi è mai più successo di assistere a fatti del genere.

Non ricordo bene se era il '48 o il '49. Si era in inverno, ed era un pomeriggio. Avevo passato la mattinata lavorando con Vincenzo Forlani, figlio di Prospero e, dopo aver pranzato con una gustosissima "scafareia" di fagioli e laganelle, mi recai al cimitero per piantare delle rose sulla tomba di mio padre.

Giunto che fui, però, trovai il cancello chiuso e, siccome non volevo perdere il viaggio, decisi senza alcun timore di scavalcare il cancello. Così feci. Entrai e passai davanti alla camera mortuaria dove, ricordo bene, c'era la bara di Felice La Tenza, che stava in attesa di essere sepolta. Avanzai fino alla tomba di mio padre e lì, sul cumulo di terra, piantai alcuni tralci di rose che mi ero portato da casa. Accomodai il tutto, un po' con le mani e un po' con un arnese che stava nei paraggi, e me ne andai. Scavalcai di nuovo il cancello e mi avviai sulla strada del ritorno, verso il paese.

Passo passo – non c'era anima viva nei dintorni – passai sul primo ponticello, poi quella serie di curve dove abitano i Brogna e mi avvicinavo all'altro ponticello, quello dove ci sono ancora dei fichi.

All'improvviso – il ponte mi era ancora nascosto da una curva – sentii un rumore come di un camion che, sbandando proprio sul ponte, saltando il parapetto, sorvolava alcuni ulivi che si trovano a valle e cadeva con uno schianto nel vallone. Lì per lì, per l'ora in cui si era, pensai dovesse trattarsi del camion del servizio postale che da Contursi si recava a Palomonte e corsi per vedere dove fosse andato a finire e se si poteva fare qualcosa. Ma affacciandomi sul ponte, con mia grande meraviglia, nella scarpata non vidi ombra di camion.

Stetti un poco a pensare a quel mistero, dopodiché, con la mente, mandai a quel paese qualunque cosa fosse stata. Nello scostarmi dal parapetto, mi giunse vicino al piede una palla di carta pressata. Gli diedi un calcio e me ne andai.

Mentre mi avvicinavo speditamente al paese (ero rimasto molto scosso), un po' prima della curva dei Moscato, vicino ad un pero selvatico, vidi un cavallo bianco montato da un uomo dalle gambe tanto lunghe che toccavano terra. Avvicinandomi, gli chiesi se poco prima aveva visto passare per la strada un camion proveniente dal paese e diretto verso il Cimitero. Ma quello fece cenno di no con la testa.

Voltandomi, mi feci il segno della croce, tanto mi risultavano incomprensibili tutti quei fatti. Un attimo dopo, nel rigirarmi verso l'uomo e riprendere il cammino, non vidi più né lui né il cavallo. Tornai a casa e non ne parlai con nessuno per non essere preso in giro. E dire che pranzando, quel giorno, non avevo toccato vino.

Correva l'anno 1940, d'autunno, e la guerra, che imperversava sui fronti lontani, aveva già spopolato il paese di ragazzi e padri di famiglia, lasciando le donne sole a lottare per il pane. Il raccolto dell'estate era stato modesto, ma sul finire gli orti di fichidindia sprizzavano salute e chi ne aveva si dava da fare per venderli e racimolare così qualche lira.

Il mercato del paese era scarso e i più intraprendenti non disdegnavano di progettare puntatine a Materdomini, in quel di Caposele, che in ottobre era ed è meta di numerosi pellegrinaggi per i festeggiamenti di San Gerardo Maiella.

Zia Mariuccia e zia Felicella erano di questi, e un sabato pomeriggio raccolsero una grande quantità di fichidindia e ne riempirono quattro "cupielli", un carico per due asinelli alquanto robusti. La domenica mattina sarebbero partite per tempo, per giungere poi a Materdomini alle otto, alle nove al massimo.

La sera si coricarono presto e zia Mariuccia, svegliatasi di soprassalto nel cuore della notte, una notte buia ma limpida, pensò che fosse l'ora e si mise in movimento. Si vestì, scese in stalla per bardare l'asino, caricò la soma e si avviò verso la casa dell'amica. Zia Felicella dormiva alla buona e, quando si sentì chiamare, pensando fosse già tardi (un orologio era merce rara di quei tempi nelle case dei poveri), si buttò giù dal letto e si preparò in un momento.

Si misero subito in cammino e, dopo un'oretta, avevano già oltrepassato i Bagni, il ponte Oliveto e poi quella serie di curve, immediatamente dopo il ponte. Imboccarono il "tiro a lungo" di Quaglietta, una davanti e l'altra dietro, con i rispettivi asini a cavezza.

Ad un tratto zia Felicella, che era dietro, intravide con la coda dell'occhio, alle sue spalle, una figura d'uomo che si stagliava al buio sulla strada bianca, che le seguiva sbucando dall'ultima curva. Un brivido le percorse le spalle e incitò l'asino con un "arri" inutile, visto che il povero asinello, sotto il carico, trotterellava già al massimo. Le montagne di Colliano e Valva sfilavano lentamente alla loro destra e, pur stagliandosi nette sotto un cielo trapunto di stelle, non lasciavano per niente presagire che, da lì a poco, il sole dovesse affacciarvisi.

Intanto quell'uomo a grandi passi si stava avvicinando, anche se, per il modo come si portava, più che seguirle, pareva volesse fare intendere di desiderare piuttosto di procedere in compagnia per quella strada. Giunte che furono a metà del rettilineo, l'uomo ormai le aveva raggiunte e procedendo, però, all'altro lato della strada, anche zia Mariuccia, che procedeva davanti, lo aveva notato.

A quel punto l'uomo con un tono familiare le apostrofò, chiedendo dove andavano e perché. E zia Felicella e zia Mariuccia, ognuna credendo che fosse un conoscente dell'altra, risposero. E si instaurò un dialogo, e di tutta la strada percorsa fino a giungere per la salita di Caposele, non s'avvidero. Finché, giunti davanti al cimitero, sentirono un lugubre rintocco di campane. Erano i rintocchi di mezzanotte.

Atterrite, si voltarono a guardare dietro di loro e non videro più quell'uomo che le aveva accompagnate per tutta quella strada. Da un rapido consulto di occhiate, capirono che nessuna delle due lo conosceva. Si fecero forza e continuarono il cammino. Ormai la paura si era impossessata dei loro corpi, e fecero quella salita come fosse discesa. Ogni più lieve fruscio era fonte di spavento e di rinnovata paura. Giunsero alla mèta in un baleno. Poteva essere, al massimo, l'una di notte.

Per fare giorno dovette passare un'altra mezza nottata; fortuna volle che, essendo la temperatura abbastanza mite e i loro sensi tesissimi, non presero un malore. Passare ore e ore di notte, appoggiate ad un muretto, non fu cosa piacevole.

Il giorno dopo vendettero i loro fichidindia e se ne tornarono, sul dorso degli asini, a casa. Per la strada fecero il punto della situazione e concordarono che zia Mariuccia, la sera prima, aveva sì e no dormito un'oretta, prima di svegliarsi e mettersi in movimento. Giunta a casa, poi, zia Mariuccia trovò un telegramma: era l'annuncio della morte in guerra del suo unico figlio. Nessuno poté più levarle dalla testa che era stata l'anima di suo figlio ad accompagnarle quella notte sulla strada per Materdomini.